Lunedì 24 Gennaio 2022

l'intervista

Teti: «Ero uno "scarso" ma volevo arrivare, ho avuto costanza»

Il libro dell'ex portiere di Pro Vercelli, Alessandria e Novese (ora all'Hsl Derthona) vuole essere un messaggio di speranza per le giovani leve

francesco-teti

PASTURANA — «Agli sportivi piace leggere le biografie di altri sportivi, non c’è mai stata quella di “uno come tanti”». Francesco Teti in realtà non è affatto uno come tanti, con tenacia e passione ha inseguito i suoi sogni e li ha raggiunti. “Il mio mondo”, edito Edizioni Vallescrivia, racconta la sua esperienza in un calcio buono e genuino, fatto di sacrifici e soddisfazioni.

— Come nasce il libro?

È un progetto lungo 6 anni, un sogno realizzato anche grazie all’appoggio del giornalista Maurizio Iappini. Dal 2018 mi ha supportato nel mettere insieme appunti sparsi qui e là e aggiungere ciò che mancava. Mi riempie di orgoglio averlo finito, non è facile, continui a rileggere, aggiungere, togliere. Racconto in modo molto lucido, è incredibile, scrivendo sono emersi ricordi dimenticati.

— Cosa racconti?

Una biografia che inizia a 6 anni. Racconto cosa ha portato i miei genitori a iscrivermi a calcio, i valori, le stagioni, le città dove ho vissuto e giocato. Non solo stagioni calcistiche, racconto emozioni positive o negative, avvenimenti belli e brutti, persone incontrate. Ci sono poi sottocapitoli su di me: mia moglie, le figlie, tatuaggi, scaramanzie, il covid-19.

— E i sogni?

È un libro pieno di sogni, quando ho inziato ero “scarso”, mia madre mi ha iscrito perché sull’orlo dell’esaurimento, ero tremendo. Non avrei pensato che, con costanza e voglia di arrivare, sarebbe diventato un lavoro. Il libro è anche una spinta a chi si scoraggia, anch’io a volte mi sono sentito inadeguato.

— Quindi non si deve arrivare per forza a grandi livelli?

I sogni si realizzano grazie a divertimento, passione e spirito, affrontando prove e sacrifici. Sono stato in Serie A, non ho vissuto il ritorno alle categorie inferiori come un fallimento, ma come una sfida per andare avanti.

— Hai iniziato come portiere?

Volevo giocare in attacco, un allenatore mi faceva giocare un po’ e un po’, ma ha prevalso la qualità del portiere, forse perchè non avevo paura di nulla. All’epoca dovevi essere così, oggi è diverso. Siamo giocatori soli, con una maglia diversa, isolati in una parte del campo, ci alleniamo 6 giorni su 7 per toccare la palla 1 minuto e 50 secondi. Servono lucidità e pazienza.

— Però i tuoi gol li hai fatti.

Due su azione. È inusuale, forse è servita la mia passione, ma credo sia più fortuna.

— Per le tue figlie cosa sogni nello sport?

Sono contento che non ne facciano uno di squadra, posso scoprire con loro le dinamiche di uno sport diverso, non condizionarle. Da me e la mamma hanno preso la passione per ciò che fanno.

— Tornando a te, pensi di essere a fine carriera?

Lascio sempre una porta aperta, a fine anno, in base a come mi sentirò e mi faranno sentire le persone vicine, deciderò. Vivo il presente.

— Il futuro nello sport?

Sicuramente sì, mi vedo in qualcosa di individuale, come allenare i singoli portieri. Con la mia Asd Effetì collaboro già con alcune società.

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