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Taranto chiama Novi
Con le scorte in giacenza, stando ai sindacati, lo stabilimento novese può produrre solo fino a ottobre, ma nasce il dubbio che si stia usando la leva della chiusura collettiva di tutti gli stabilimenti per forzare la mano...
Con le scorte in giacenza, stando ai sindacati, lo stabilimento novese può produrre solo fino a ottobre, ma nasce il dubbio che si stia usando la leva della chiusura ?collettiva? di tutti gli stabilimenti per forzare la mano...
Una delle pagine più brutte della storia industriale moderna d’Italia sta indirettamente interessando (o forse direttamente, dipenderà dalla proprietà) anche Novi Ligure.Secondo alcuni, infatti, l’esplosione del caso Taranto e il conseguente blocco degli impianti può portare alla chiusura dello stabilimento di Genova e di Novi.
Sarà allarmismo inutile o un reale e concreto scenario?
Con le scorte in giacenza, stando ai sindacati, lo stabilimento novese può produrre solo fino a ottobre, ma nasce il dubbio che si stia usando la leva della chiusura “collettiva” di tutti gli stabilimenti per forzare la mano.
L’Ilva, in passato, aveva già acquistato rotoli di materiale grezzo dalla Russia e dall’Est Europa per lavorarli nello stabilimento di Novi, tra l’altro a prezzi competitivi, dunque non si capisce bene perché la cosa non si potrebbe ripetere anche oggi.
Ovviamente, mettendo sul piatto della bilancia dell’opinione pubblica non solo gli operai di Taranto, ma anche quelli degli altri stabilimenti (a Novi sono 800, ma con l’indotto si supera il migliaio), si cerca di spostare l’ago a proprio favore, per arrivare a un compromesso che permetta di salvare capra e cavoli.
Se è comprensibile la manovra mediatica (sebbene non trovo giustificabile giocare con il destino lavorativo di tanta gente), il cronico ritardo con cui governo, politici e proprietà hanno affrontato questo pericoloso problema appare delittuoso.
Il gruppo è stato venduto (per alcuni addirittura svenduto) a Riva a metà degli anni ’90 ed è impensabile che il caso scoppi solo oggi, perché già nel 2002 erano state fatte chiudere le cokerie di Cornigliano proprio per il loro impatto sulla salute.
Possibile dunque che a Genova c’erano pericoli e a Taranto no?
Chi è di Taranto la risposta la conosce bene, ma governi, istituzioni, politici e proprietà hanno continuato a far finta di niente.
Secondo Ferrante “l’Ilva ha investito 4 miliardi e mezzo di cui 1 miliardo e 100 milioni per l’ambiente”, ma se i risultati sono questi, penso che chi ha diretto quei lavori dovrebbe cambiare mestiere.
Le intercettazioni telefoniche, pubblicate sui giornali, mostrano che il problema era noto che già nell’aprile 2011 il Noe dei carabinieri di Lecce segnalava al ministero dell’Ambiente (presieduto dalla Prestigiacomo) centinaia di eventi irregolari, senza che il dicastero si sia mosso.
Alla luce di tutto questo mi pare che i magistrati abbiano adottato l’unico provvedimento utile a non far cadere nel vuoto l’ennesimo allarme: bloccare gli altoforni!
Solo così, infatti, hanno ottenuto che proprietà e politici si “svegliassero” per cercare una soluzione.
Diverte che il Pd di Novi, dichiarandosi contrario al blocco degli altoforni, sia sicuro che l’azienda provvederà (forse sono a conoscenza di fatti che noi non sappiamo) a risolvere, in poco tempo, questa grave situazione che si trascina da decenni.Leggere, però, nel comunicato che: “Assumeremo, quindi, tutte le iniziative più utili a difesa dei lavoratori” mi spaventa…
Se le iniziative sono simili al caso Maruzzella, poveri operai!
La magistratura, nel frattempo, indagherà e se effettivamente si accerterà che Riva non ha fatto la sua parte, con la compiacenza di chi doveva controllare, mi chiedo se sia giusto che la soluzione debba essere a carico dello Stato e della Ue (ovvero nostro), visto l’atteggiamento criminale del privato.
La risposta è ovviamente sì, perché altrimenti l’Ilva chiude e 20 mila persone vanno a spasso.
Un comico genovese era solito dire: “Son tutti bulicci col sedere degli altri”. Effettivamente…
[Dal blog ilrovesciodellamedaglio.wordpress.com]