“Il Web ci rende davvero liberi?”
Questa la domanda che sorge spontanea davanti al caso Snowden. La rete è ancora luogo di libera espressione o nel corso degli anni rischia di trasformarsi sempre di più in "quartiere residenziale", dove la privacy sembra destinata a diventare un lontano ricordo?
Questa la domanda che sorge spontanea davanti al caso Snowden. La rete è ancora luogo di libera espressione o nel corso degli anni rischia di trasformarsi sempre di più in "quartiere residenziale", dove la privacy sembra destinata a diventare un lontano ricordo?
SOCIETA’ – “Il futuro non è più quello di una volta”. Mai come in questo periodo questa frase potrebbe essere applicata a internet e al web. La Rete come l’avevamo conosciuta e immaginata, quella dei primi anni, quella concepita dai “cyber-libertari”, rischia di raggiungere lo stadio finale della sua lenta trasformazione: da luogo di libera espressione per milioni di individui a “giardino recintato” e “quartiere residenziale”, dove il prezzo pagato per la fiducia di un luogo chiuso e protetto (come i social media e le grandi piattaforme proprietarie) è la perdita dell’anonimato e ancor peggio della propria privacy.
Lo scandalo PRISM, emerso in queste settimane grazie a quella che il Guardian ha definito “una delle più grandi fughe di notizie nella storia degli Stati Uniti”, è stato portato alla luce da Edward Snowden (29 anni, ex tecnico della CIA che lavorava alla National Security Agency per conto di diverse aziende private). I documenti interni raccontano di acquisizione di dati e accesso a e-mail, chat e altre informazioni sensibili di cittadini non-americani tratte dai server di nove aziende: Facebook, Apple, Google, Microsoft, Skype, Youtube, Yahoo, Aol e Paltalk. In una prima fase, un’interpretazione forse poco accurata delle slides trafugate aveva fatto intendere che il programma PRISM potesse intercettare illegalmente le conversazioni e i dati sensibili dei server delle nove aziende o intercettare automaticamente con il consenso delle suddette.
A quanto sembra la verità sta nel mezzo, anche se è molto presto per delineare un quadro completo e sincero della situazione. Qualche numero può essere utile a capire l’entità della situazione: nei primi sei mesi del 2012 facebook ha ricevuto tra le nove e le diecimila richieste di accesso (coinvolti circa 18mila account); Microsoft ha ricevuto nello stesso periodo tra le seimila e le settemila richieste, per un totale di circa trentunomila account coinvolti. Detto questa la domanda sorge spontanea: il web ci rende davvero liberi? A voi ogni considerazione.