“Girardengo, il Campionissimo”, come l’uomo diventa mito
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Elio Defrani - e.defrani@ilnovese.info  
25 Novembre 2013
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“Girardengo, il Campionissimo”, come l’uomo diventa mito

Arriva in libreria un volume dedicato al campione, scritto dal novese Paolo Bottiroli. In quelle pagine, la storia di uno sportivo e l'epopea di un'intero paese

Arriva in libreria un volume dedicato al campione, scritto dal novese Paolo Bottiroli. In quelle pagine, la storia di uno sportivo e l'epopea di un'intero paese

NOVI LIGURE – Il titolo potrebbe sembrare banale, facendolo assomigliare a tanti altri libri che sono stati scritti su uno dei personaggi sportivi più celebri della storia italiana. Ma Girardengo, il Campionissimo (edizioni Italica) non è un volume qualunque. Lo si capisce fin dalla prefazione, scritta da Marco Pastonesi, la “firma” per eccellenza della Gazzetta dello Sport, quando si parla di ciclismo. L’autore, poi, è un giovane novese che non ha nulla da invidiare ai migliori cronisti sportivi: Paolo Bottiroli, 32 anni, “figlio d’arte” se così si può dire, che dalla madre – la docente e scrittrice Graziella Gaballo – ha preso bravura e passione per le belle lettere.

A cento anni dalla prima conquista del titolo di Campione d’Italia, nel libro di Bottiroli la vita di Girardengo viene ripercorsa in tutte le sue fasi, dagli esordi e le rivalità, fino alla discussa amicizia col bandito Sante Pollastri. Adolescente magrolino e di statura ridotta, Girardengo fu capace di lasciarsi alle spalle la miseria con mitologiche fughe in solitaria da 200 chilometri, e altrettanto clamorose vittorie in volata. Tuttavia il “Gira” non fu un semplice asso del pedale, quanto il beniamino e il modello di un’intera generazione, quella cresciuta dopo la Grande Guerra: furono innumerevoli i ragazzi che spinse in sella con le sue imprese, fra i quali Fausto Coppi, destinato a ereditarne la gloria e il superlativo soprannome. Oggi il nome di Girardengo è uno dei pochi sopravvissuti all’oblìo fra quelli dei campioni d’inizio Novecento, e la sua esistenza resta circondata da un’aura di leggenda, nella quale hanno spazio tanto il dualismo con Binda quanto le sfide, lanciate a mezzo stampa, ai rivali francesi.

Questo libro ha il merito di raccontare ai più giovani la sua vita, scandita dai ritmi massacranti del ciclismo di cento anni or sono, fatto di tappe lunghe oltre 300 chilometri lungo le strade bianche di un’Italia rurale, con partenza a notte fonda e arrivo la sera successiva, quando volontà e sacrificio erano gli unici compagni in grado di accompagnare un ciclista al trionfo, e di trasformarlo in Mito. Girardengo, il Campionissimo è nelle librerie da pochi giorni, oltre che in vendita online, ed è destinato a inaugurare una collana che le edizioni Italica intendono dedicare ai pionieri del ciclismo, per raccontare e rendere il giusto omaggio a questi epici sportivi, che non a caso oggi vengono accumunati dall’etichetta del “ciclismo eroico”.

— Paolo Bottiroli, cominciamo col dire chi sei…
“Ho studiato economia aziendale, specializzazione marketing, a Milano, dove adesso vivo. Dal 2006 lavoro nel marketing di un importante gruppo editoriale e mi occupo per passione di libri, collaborando anche con la redazione del Festival della Letteratura di Mantova”.

— Perché un libro su Girardengo? D’accordo, sei novese. D’accordo, Girardengo è uno dei novesi più noti. Ma c’è qualcosa d’altro sotto, vero?
“David Foster Wallace scriveva che “ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”. Forse lo è ogni storia in generale e la scelta di dedicare un libro a Girardengo si pone su questo filone. Per un novese come me la sua figura è proprio una sorta di fantasma con cui si cresce fin da piccoli: a scuola ti insegnano che lui e Fausto Coppi hanno portato il alto il nome della nostra città, ma molti non ne sanno molto di più.

Pensa che quando ero ragazzino credevo che via Girardengo fosse intitolata a lui, a Costante… Così mi sono detto che era il caso di conoscere meglio questo mio concittadino illustre. Il libro è stata una “scusa” per approfondire questa curiosità e cercare di tirare fuori dall’oblio una figura che per molti, erroneamente, ha a che fare solo con la storia della sua (presunta) amicizia con Sante Pollastro. In parecchi non sanno che Girardengo è stato il primo vero Campionissimo del ciclismo italiano, un uomo capace di muovere e infiammare le folle, di battere record sui record, di avere estimatori illustri del calibro Indro Montanelli.

La figura di Girardengo ha poi a che fare con un ciclismo eroico che non può non affascinarti: i corridori del tempo non erano semplici sportivi, ma veri e propri “avventurieri”, con uno spirito non diverso da chi ha affrontato i primi viaggi in aereo in solitaria o ha scalato vette inespugnate. Per usare un paragone con un fumetto erano uomini con un fascino alla Corto Maltese, a cui è difficile resistere, se ti piace lo sport e un certo tipo di storie”.

— Ci sono già tanti libri sui Campionissimi e su Girardengo: perché bisognerebbe leggere proprio il tuo? Cosa ha in più degli altri?
“Quello che con Italica abbiamo cercato di fare è proporre una biografia agile, sia come stile di scrittura che come formato, con l’obiettivo di avvicinare diversi tipi di lettori, che non affronterebbero mai un testo puramente sportivo. Mi riferisco sia a chi tutti i giorni, magari quasi senza saperlo, cammina sulle stesse strade in cui è cresciuto e si è allenato Girardengo, sia chi ne conosce solo il nome per averlo orecchiato nella canzone di De Gregori o averlo letto nell’albo d’oro del Giro d’Italia, un’ottantina di righe sotto quello di Vincenzo Nibali.

Proprio per questo, differentemente da altri libri sullo stesso tema, ho inserito capitoli di diverso taglio: da quelli dedicati a Giri d’Italia e alle Milano-Sanremo, ad alcuni che spaziano a ricordi della mia infanzia, fino a derive più narrative, come quando ho cercato di ricostruire un ipotetico incontro tra il “Gira” e il giovane Fausto Coppi, emozionatissimo garzone che deve consegnare un pacco a quello che al tempo era uno dei più famosi sportivi in circolazione. Un po’ come se oggi un ragazzino fosse mandato a bussare alla porta di Valentino Rossi o Mario Balotelli…”

— Italica Edizioni inaugura con Girardengo una collana dedicata ai pionieri del ciclismo: ti vedremo impegnato nella redazione di altri volumi?
“Ci sono certamente altri ciclisti eroici con storie che andrebbe la pena di raccontare e approfondire: dal Diavolo Rosso Giovanni Gerbi a Ottavio Bottecchia. O Gino Bartali, di cui solo recentemente è emerso il ruolo ricoperto per salvare cittadini ebrei durante la seconda guerra mondiale. Insomma, le storie di sport, che sia ciclismo, calcio o basket, hanno un potenziale enorme, perché raccontano la vita reale di persone che per pregi e difetti non sono diversi dai lettori, pensa solo al caso editoriale di “Open”, la biografia di Agassi, che si pone come punto di riferimento del genere. Per in cui in futuro mai dire mai, magari un altro pioniere delle due ruote, magari uno sportivo diverso. Anche se la sfida che più mi piacerebbe affrontare è un testo di narrativa pura”.

 

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