Bioetica e fine vita, la terza via dei protestanti
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Elio Defrani - e.defrani@ilnovese.info  
20 Dicembre 2013
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Bioetica e fine vita, la terza via dei protestanti

Quando è giusto “staccare la spina”? In Italia, le due posizioni che tradizionalmente si sono scontrate nel dibattito sono quella laica e quella cattolica. Una dicotomia a cui Luca Savarino, autore del volume "Bioetica cristiana e società secolare" , contrappone la visione protestante

Quando è giusto ?staccare la spina?? In Italia, le due posizioni che tradizionalmente si sono scontrate nel dibattito sono quella laica e quella cattolica. Una dicotomia a cui Luca Savarino, autore del volume "Bioetica cristiana e società secolare" , contrappone la visione protestante

NOVI LIGURE – In Italia circa 5 mila persone sono ricoverate in stato vegetativo. Nel Regno Unito, il Paese europeo che ci assomiglia di più quanto a età e caratteristiche della popolazione, i casi sono solo 250. Il rapporto è dunque di 1 a 20. Numeri resi noti da Sergio Livigni, responsabile del reparto di terapia intensiva dell’ospedale San Giovanni Bosco di Torino, a margine della conferenza organizzata dalla Consulta di Bioetica di Novi Ligure.

“Statisticamente, un paziente su cinque ricoverato in un reparto di terapia intensiva muore – ha spiegato Livigni – Per i deceduti, in più della metà dei casi si è deciso per la “desistenza” dalle cure”. Ma il termine “desistenza” rischia di essere frainteso: per questo il mondo medico anglosassone parla più propriamente di futility, inutilità. Migliaia di famiglie italiane, ogni anno, devono fare i conti con una realtà agghiacciante: quella in cui un proprio caro diventa un “vegetale”, un essere umano senza più coscienza, tenuto in vita solo grazie all’alimentazione artificiale. Il caso più noto, in Italia, è stato quello di Eluana Englaro, morta nel 2009 dopo essere rimasta per 17 anni in stato vegetativo.

Da allora, un nuovo interrogativo si è diffuso tra medici, giuristi, persone comuni: quando è giusto “staccare la spina”? E chi può deciderlo? Nel nostro Paese, le due posizioni che tradizionalmente si sono scontrate nel dibattito sulle questioni di fine vita (eutanasia o suicidio assistito) sono quella laica e quella cristiano-cattolica. La prima per lo più dominata dal principio della libera scelta da parte del paziente; la seconda decisa a tutelare in ogni caso la sacralità della vita.

Una dicotomia riduttiva, come è stato spiegato durante la conferenza organizzata in biblioteca a Novi per presentare il libro “Bioetica cristiana e società secolare”, di Luca Savarino. L’autore propone una lettura delle questioni di fine vita dal punto di vista della religione cristiana protestante. Professore all’università del Piemonte Orientale e coordinatore della commissione di bioetica della Tavola Valdese, Savarino guida il lettore attraverso una “terza via”, un approccio che si distacca sia dalla morale cattolica, sia dal principio laico della totale autodeterminazione del paziente.

Anzi, la scienza e la medicina, se “guidate”, possono meglio portare alla piena libertà dell’uomo, ad esempio consentendogli di vivere in maniera più degna i momenti finali della propria esistenza. Per la bioetica protestante – liberale – come ha spiegato Roberto Lupis, dell’Università di Torino, chiamato a interpretare il pensiero di Savarino – il diritto all’autodeterminazione del paziente va tutelato fino al punto di accettare (non provocare) la morte del paziente stesso che rifiuti di essere curato.

Ma la medicina non è e non può essere solo una scienza, e il medico non può essere un semplice tecnico che “aggiusta” un corpo come un meccanico farebbe con una macchina. La libertà di scelta del paziente non può essere considerata come il presupposto del rapporto medico-paziente, ma semmai la sua conseguenza, afferma ancora Savarino nel suo saggio. Perché il primo ha il compito di informare il secondo, affinché quest’ultimo possa compiere delle scelte consapevoli.

“Quello che si è tentato di fare in Italia con il “consenso informato” – ha detto Mino Orlando, ex primario novese ora impegnato in prima linea nella Consulta di Bioetica – Peccato che si sia ridotto a un mero adempimento burocratico, che i malati non possono capire e che viene interpretato, più che altro, per un escamotage che i medici adoperano per scaricare le proprie responsabilità”. Livigni ha ricordato che nel nostro Paese solo nel 2 per cento dei reparti di terapia intensivi i parenti dei pazienti hanno libero accesso: una scelta che rende più profondo il solco che separa i medici dalle famiglie degli ammalati.

Ma quando le cose non funzionano, una buona soluzione può essere quella di guardarsi intorno, confrontandosi con gli “altri”. Per scoprire, ad esempio, che fin dal 1989 a livello nazionale, e dal 2010 a Novi, la Consulta di Bioetica è impegnata nella lotta per il rispetto della volontà delle persone nelle ultime fasi della vita. O che fin dal 1992 la Tavola Valdese ha un gruppo di lavoro formato da teologi e scienziati, i documenti elaborati dai quali stupirebbero molte persone convinte che le chiese cristiane non possano che essere conservatrici.

La Commissione di bioetica della Tavola Valdese, ad esempio, ha preso posizione sulla “pillola abortiva”, contestando la decisione del governatore del Piemonte Roberto Cota di contrastarne la diffusione. Ed è pure intervenuta “a gamba tesa” nel dibattito sul testamento biologico, non esitando a bollare le proposte di certi parlamentari come leggi “contro il testamento biologico”.

 

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