MESSAGGI IN BOTTIGLIA – Cercasi scuola disperatamente
Quale che sia la materia insegnata, un professore scopre ben presto che, ad ogni domanda posta, lo studente interrogato ha a disposizione tre risposte possibili: quella giusta, quella sbagliata, quella assurda scrive Pennac. quanto è difficile insegnare?
?Quale che sia la materia insegnata, un professore scopre ben presto che, ad ogni domanda posta, lo studente interrogato ha a disposizione tre risposte possibili: quella giusta, quella sbagliata, quella assurda? scrive Pennac. quanto è difficile insegnare?
NOVI LIGURE – “L’idea che si possa insegnare senza difficoltà deriva da una rappresentazione idealizzata dello studente” scrive Daniel Pennac, romanziere di fama internazionale ma, ancora prima, insegnante di letteratura in un liceo francese. Partiamo allora da qui: l’insegnamento è un mestiere tutt’altro che semplice, e non tanto per l’assoluta padronanza dei contenuti che si dovrebbe possedere, quanto piuttosto per la capacità di trasmetterli, di rendere efficiente ed efficace il processo di apprendimento, dote che a sua volta deriva dalla non frequente attitudine alla costruzione di relazioni arricchenti con gli studenti.
Perché la scuola rappresenta, dopo la famiglia, il primo gruppo sociale di appartenenza, il cui ruolo sarebbe, idealmente, quello di aprire la mente del bambino alle possibilità non realizzabili con le risorse, necessariamente limitate, del nucleo familiare stesso. La scuola dovrebbe saper insegnare quel giusto mix di razionalità ed emotività che permette ad ognuno di noi di affrontare i compiti della vita, utilizzando l’esperienza e le conoscenze trasmesse per gestire e integrare adeguatamente, quindi, testa-pensiero e cuore-emozione. Peccato che, invece, si senta troppo spesso dire che la scuola soffre di gravi malanni strutturali ed economici, che gli insegnanti sono stanchi e rassegnati, che gli studenti “non sono più quelli di una volta” e “non si sa più come prenderli”.
Nonostante questo, però, la scuola mantiene un ruolo fondamentale nell’evoluzione psicologica, emotiva ed etica dell’uomo, in quanto è proprio tra le pareti scolastiche, durante l’infanzia e l’adolescenza, che si forma l’identità, intesa come un sapersi riconoscere come tale, individuo unico e differente dagli altri, continuo nelle diverse esperienze, malgrado i cambiamenti connessi allo sviluppo. Tutto ciò rende evidente la centralità del rapporto tra insegnante e allievo, influenzato dal contesto in cui è inserito, quello scolastico, appunto, a sua volta determinato dal tipo di società imperante, che determina/accompagna le scelte individuali. Una relazione sempre più complessa, contraddittoria, nella quale gli attori principali, docente e discente, spesso parlano un linguaggio differente e non hanno a disposizione adeguati mezzi di traduzione per comprendersi.
O forse ciò che sembra mancare è il tempo e lo spazio per fermarsi ad ascoltare, perché il passaggio di informazioni è sempre preceduto dall’ascolto: si ha bisogno di sentire l’altro, di capire chi si ha di fronte in un clima aperto e accogliente, che favorisca il dialogo, come unico setting possibile nel quale l’apprendimento possa realizzarsi. Al giorno d’oggi la scuola sembra stia cercando disperatamente la strada per sviluppare in modo più competente il proprio ruolo educativo, a partire proprio dalle tematiche dell’ascolto e del dialogo, sapendo di avere di fronte un percorso ad ostacoli di cui non si vede ancora la fine, perché forse un termine non ce l’ha se è vero, come si dice, che “non si finisce mai di imparare”.
“Quale che sia la materia insegnata, un professore scopre ben presto che, ad ogni domanda posta, lo studente interrogato ha a disposizione tre risposte possibili: quella giusta, quella sbagliata, quella assurda” (Daniel Pennac).