MESSAGGI IN BOTTIGLIA – Insegnando s’impara
Continua il viaggio nel mondo dell'insegnamento, un mestiere tuttaltro che semplice, soprattutto in quanto professione di aiuto la cui prassi, come quella del medico o dello psicologo, ruota intorno al difficile compito di dover coniugare in ogni momento testa e cuore, pensiero ed affetti, razionalità ed emotività
Continua il viaggio nel mondo dell'insegnamento, un mestiere tutt?altro che semplice, soprattutto in quanto professione di aiuto la cui prassi, come quella del medico o dello psicologo, ruota intorno al difficile compito di dover coniugare in ogni momento ?testa e cuore?, pensiero ed affetti, razionalità ed emotività
NOVI LIGURE – Due settimane fa abbiamo cominciato a parlare di scuola, partendo dall’ovvia constatazione che quello dell’insegnante è un mestiere tutt’altro che semplice, soprattutto in quanto professione di aiuto la cui prassi, come quella del medico o dello psicologo, ruota intorno al difficile compito di dover coniugare in ogni momento “testa e cuore”, pensiero ed affetti, razionalità ed emotività.
Da una parte nozioni che devono essere corrette nei contenuti e nel modo di trasmetterli, dall’altra le componenti emotive legate al fatto che l’insegnamento, per poter essere efficace ed efficiente, ossia saper raggiungere gli obiettivi previsti con l’ottimizzazione delle risorse, deve necessariamente basarsi sulla corretta costruzione di una relazione con i propri allievi che sia formativa per loro e arricchente per l’insegnante.
Ma la delega, spesso, totale, da parte delle famiglie, le sempre più complesse richieste dei ragazzi, l’esigenza di una capillare valutazione, la “managerizzazione” della scuola, sono solo alcune delle possibili fonti di stress che aumentano lo squilibrio tra richieste e risorse, tra ideale e reale, favorendo l’insorgere nell’insegnante di fenomeni di burnout, con importanti conseguenze sia su di sé che, inevitabilmente, sui ragazzi. Si tratta di quella particolare condizione di logorio psicologico, con correlati di tipo fisico, caratterizzata da demotivazione e da vissuti d’impotenza e fallimento, che non deve però trasformarsi in un giustificativo a sostegno di atteggiamenti di deresponsabilizzazione, noncuranza e disfattismo.
Proviamo a pensare ai nostri ragazzi come a delle piante che crescono: esse contengono in potenza tutto ciò che è loro necessario per svilupparsi, ma solo se il terreno è fertile, adeguatamente curato e annaffiato, possono germogliare rigogliose. Il fatto è che spesso agli insegnanti vengono letteralmente “consegnati” vasetti di piante poco concimate o un po’ secche, perché in famiglia non sempre il nutrimento è completo di tutti gli ingredienti, ma proprio per questo l’intervento del giardiniere diventa ancor più fondamentale. Certo, è pur vero, citando Aristofane, che non si può insegnare al granchio a camminare diritto, ma ciò non significa che si debba rinunciare ad attualizzare costantemente la propria funzione educativa.
Nel mio lavoro ho occasione d’incontrare tanti insegnanti: ad alcuni ho sentito dire frasi che preferisco dimenticare, ma altri continuano a regalarmi qualcosa di prezioso ogni volta. Penso allora a Marta, un’insegnante davvero “tosta”, disposta a lavorare in trincea con adolescenti delusi e disorientati dal mondo degli adulti, che, dopo un intervento fatto nella sua classe, mi ha detto che ha potuto guardare ai suoi studenti da un punto di vista nuovo e differente che le ha permesso di scoprire aspetti evolutivi che prima non aveva rilevato. Ecco, questo sguardo mai dato per scontato è ciò che dovremmo provare a cercare, questo atteggiamento comunque e sempre pronto all’apprendimento che può arrivare da ogni luogo e in ogni momento, perché “un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”, lo ha detto una ragazzina di 16 anni, Malala, la giovane pakistana in lotta contro l’estremismo talebano.
“L’istruzione e la formazione sono le armi più potenti che si possano usare per cambiare il mondo” (Nelson Mandela).