Enrico Marià, versi per una generazione disperata
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Marzia Persi - m.persi@ilnovese.info  
8 Giugno 2014
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Enrico Marià, versi per una generazione disperata

Intervista ad Enrico Marià, autore di componimenti che colpiscono anima e cuore. Al suo attivo già diverse pubblicazioni. Nel 2010 ha ricevuto la menzione spaciale della giuria del Premio “David Maria Turoldo” e nel 2011 si è classificato fra i finalisti dello stesso così anche nel 2012

Intervista ad Enrico Marià, autore di componimenti che colpiscono anima e cuore. Al suo attivo già diverse pubblicazioni. Nel 2010 ha ricevuto la menzione spaciale della giuria del Premio ?David Maria Turoldo? e nel 2011 si è classificato fra i finalisti dello stesso così anche nel 2012

NOVI LIGURE – Versi struggenti che colpiscono anima e cuore, la poesia di Enrico Marià è lezione di sentimenti. “Si tratta – come scrive Mauro Ferrari nell’Antologia “Poesia in Piemoente e Valle d’Aosta”, pubblicato da Puntoacapo, curata da Emanuele Spano e Davide Ferreri – per Marià, di ricercare un palcoscenico, cittadino e posto industriale, calato nella disperazione di una generazione (e non si può non fare ricorso a questo termine) che vive l’incertezza del presente come assenza di futuro e impossibilità di progettazione, e per cui gli ideali hanno termine poco oltre la spanna del qui e ora”.

Enrico Marià ha al suo attivo già diverse pubblicazioni. Nel 2010 ha ricevuto la menzione spaciale della giuria del Premio “David Maria Turoldo” e nel 2011 si è classificato fra i finalisti dello stesso così anche nel 2012.

Da quando scrivi poesie? Quale è stata la “molla” che ti ha fatto capire che l’unica forma espressiva che ti permettesse di far emergere i tuoi sentimenti erano i versi? “Mi fa sempre specie sentire il mio nome accostato alla poesia. La poesia, infatti, è un qualcosa di infinitamente più grande di me. Ho iniziato a pubblicare nel 2004 per Annexia, una casa editrice di Genova. Da lì in avanti il percorso è stato consequenziale, soprattutto grazie alle persone che mi hanno sostenuto. Non riesco a identificare una “ molla”, un momento, un instante preciso prodromico alla scrittura.

È un qualcosa che è cresciuto dentro sino a diventare esigenza priva di velleità. La partenza la percezione della parola come uno dei doni più preziosi, come veicolo per il cuore dell’esistente parimenti accompagnato dalla consapevolezza di una sfida ferocemente impossibile per la quale, però, vale la pena consumarsi. Quella del vedere le combinazioni delle nostre lettere sfiorare soltanto la vita. Un lambire dalla forza ferina, selvaggia, indomita, spinta ad andare avanti nonostante l’abisso, l’ineluttabile sconfitta”.

Flavio Santi nel suo “Aspetta la primavera, Lucky” scrive: “Strana la carriera del poeta. Strana soprattutto in Italia. … Simone non fa la corte a nessuno potente di turno, critico e poeta, lui pensa a vivere e a scrivere. Ma nel nostro paese questo significa una cosa sola: isolarsi. …Qui in Italia per avere un minimo di riscontro bisogna pensare al come, non al cosa. Crearsi una serie di rapporti, costruirsi una figura pubblica, e poi su quelle basi innestare il resto – tutto il resto….Bisogna ripensare i modi di fruizione dell’arte: il marchio, il brand sta diventando una presenza troppo ingombrante anche in questo campo. …” È davvero così?

Come molti credo che l’arte, qualsiasi forma d’arte, sia l’unica scienza dell’uomo. Risposta alle domande. Concreta, tangibile, oggettiva spiegazione al sentire. Vista questa sua natura curatrice, non salvifica, merita, esige, pretende rispetto, purezza, trasparenza nell’approcciarsi a essa. Flavio Santi lancia un disarmante monito che non può cadere nell’inascoltato. Un avviso, un avvertimento valevole per tutte le forme di espressione senza distinzione di sorta”. Nelle tue poesie si avverte struggimento, un forte dolore dell’anima. Un cantante ha detto: “si scrivono canzoni quando si soffre” è così anche per il poeta?.Solo il dolore è fonte di ispirazione?

“Non posso e non devo essere io a commentare ciò che scrivo o che tento di scrivere. Nella tua citazione a mio avviso vi è del vero. Un vero che per la sua semplicità inchioda anima e cuore. L’ancestrale legame tra vita, dolore e morte. Non trovo, comunque, aprioristicamente riducibile né la canzone né la poesia a una unica sensazione. In entrambi i casi vi sono infinite testimonianze legate ad altri spettri emozionali. Sfumature che non conoscono argini, confini, limiti. Personalmente nei miei “ pezzi” il dolore è presente. Non è scelta precisa. Trovo confortante in quest’ottica quanto diceva Flaubert sostenendo che per essere universali bisogna descrivere il proprio villaggio. Per il resto vorrei si affievolisse il mio aggressivo pudore verso la bellezza”. 

C’è un poeta che senti particolarmente vicino al tuo sentire? A quale tipo di poesia ti accosti di più? “Non vi è corrente poetica cui mi sento più contiguo. Sono meno di niente per pretendere di collocarmi da una qualche parte. Tutti hanno da insegnarmi e io da nutrirmi. Interminabile è il numero di autori da menzionare. A muovermi la magia da loro creata, l’intensità, lo splendore e una grande gratitudine di cui sono debitore”.

 

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