Messaggi in bottiglia – La psiconcologia: sogno e opportunità
Daria Ubaldeschi parla di psiconcologia: di cosa si tratta? "prendere per mano, accompagnare qualcuno paziente, familiare, operatore) stando a volte un passo indietro, a volte uno avanti, a volte semplicemente sedendogli a fianco
Daria Ubaldeschi parla di psiconcologia: di cosa si tratta? "prendere per mano, accompagnare qualcuno paziente, familiare, operatore) stando a volte un passo indietro, a volte uno avanti, a volte semplicemente sedendogli a fianco?
NOVI LIGURE – Inizia così la risposta che mi dà una collega, e amica, quando le chiedo una definizione di psiconcologia, e prosegue: “Lo è per la medicina, per la salute e per la malattia, perché è una delle poche occasioni in sanità in cui è concesso alle emozioni di entrare nel percorso di cura, di essere viste e legittimate da tutto il personale, che non può fare a meno di accogliere la rabbia, la tristezza, la speranza, l’angoscia, il sospiro di sollievo che accompagnano e puntellano il percorso di malattia, al fine di poterlo integrare nel percorso di vita della persona stessa. È un’opportunità di diventare di nuovo visibili come persone e non più come portatori di referti sanitari e sintomi ingestibili […].
La psiconcologia è prendere per mano, accompagnare qualcuno (paziente, familiare, operatore) stando a volte un passo indietro, a volte uno avanti, a volte semplicemente sedendogli a fianco”. Su questo tema ha dibattuto recentemente la Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO), a seguito del censimento effettuato dalla SIPO (Società Italiana di Psiconcologia), rilevando, nel Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, come nei pazienti vi sia una generalizzata condizione di bisogno di sostegno psicologico e un parallelo aumento di domande in questo senso, a fronte però di una realtà tale per cui ancora pochi riescono ad utilizzare questo servizio.
Basti pensare che nel nostro paese abbiamo attivi solo 300 servizi di Psiconcologia, la maggior parte dei quali, il 56%, nel Nord Italia e che in circa il 70% dei casi essi non si strutturano in unità dedicate atte ad assicurare una continuità assistenziale, ma il lavoro viene svolto, all’interno dei vari reparti ospedalieri, da gruppi o da singole figure professionali piuttosto che fare capo a un’équipe di lavoro. Situazione che inevitabilmente complica il potersi fare carico di un evento di tale criticità, per lo più improvviso, che, qualsiasi sia il suo esito, crea una profonda frattura nel continuum esistenziale dell’individuo, costretto a rivedere e riformulare il proprio progetto sul futuro, che d’ora in avanti ruoterà intorno a questa nuova e indesiderata variabile.
La domanda che, allora, più spontaneamente sorge è: perché questa situazione di carenza a fronte di un bisogno così palese ed emergente? E di nuovo ricorro alle parole di Elena, collega psiconcologa di indiscussa competenza e sensibilità che con efficacia afferma che “un’altra cosa buffa della psiconcologia è che racchiude in un’unica parole le due più grandi paure delle persone: essere pazzi e essere malati (o dover morire)”. È quindi questo il motivo? Continuiamo a parlarne.
“La nostra più grande tragedia è permettere ad una parte di noi di morire quando siamo ancora vivi” (G. Radner)