San Giacomo, primo in provincia per il Lotus Birth
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Elio Defrani - e.defrani@ilnovese.info  
28 Giugno 2014
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San Giacomo, primo in provincia per il Lotus Birth

Al punto nascita novese, per la prima volta nell'alessandrino, è stata sperimentata la forma di parto che prevede di non recidere il cordono ombelicale alla nascita. A fare da apripista per i "nati con la placenta" la piccola Martina

Al punto nascita novese, per la prima volta nell'alessandrino, è stata sperimentata la forma di parto che prevede di non recidere il cordono ombelicale alla nascita. A fare da apripista per i "nati con la placenta" la piccola Martina

NOVI LIGURE – Al punto nascita di Novi Ligure è stato da poco sperimentato, per la prima volta in provincia, il Lotus Birth. È una forma di parto che prevede di non recidere il cordone ombelicale, ma di lasciare il neonato attaccato alla placenta quando essa viene espulsa. Pochi giorni dopo la nascita (dai 2 ai 10, ma di media 3/4) il cordone si separa in modo naturale dall’ombelico del bambino.

Secondo i sostenitori del Lotus Birth, il contatto prolungato con la placenta permette al bambino di ricevere tutto il sangue placentare che è presente alla nascita e che sarebbe utile per la costituzione del sistema immunitario. Il nome Lotus Birth deriva da Clair Lotus Day, infermiera californiana che nel 1974 volle sperimentare su di sé questa modalità di parto.

A fare da apripista una mamma di Rivanazzano Terme, di 38 anni, al secondo parto. “All’inizio mi sono rivolta all’ospedale di Voghera, ma mi è stato risposto picche. Poi ho provato con il più attrezzato ospedale di Alessandria: credevo che non ci sarebbero stati problemi, visto che ha anche ricevuto tre “bollini rosa” [il massimo della valutazione in base all’attenzione riservata alle esigenze delle pazienti femminili; ndr]”.

Ma anche in questo caso, dopo qualche tira e molla, la risposta è stata negativa. “Al San Giacomo invece ho trovato il personale sanitario disposto ad ascoltarmi – racconta la mamma di Rivanazzano – Insieme abbiamo stabilito un “percorso” che è culminato con la nascita della piccola Martina”.

L’intesa, ovviamente, era che se qualcosa fosse andato storto, i medici sarebbero intervenuti come meglio avrebbero ritenuto. Ma non ce n’è stato alcun bisogno. Per la mamma e per gli operatori sanitari c’è stato qualche disagio in più, dovuto al fatto di dover “maneggiare” – se ci si passa il termine – un neonato ancora attaccato al cordone ombelicale e alla placenta.

Un’esperienza professionalmente arricchente anche per medici e infermieri che hanno seguito la donna. Che vuole ringraziarli uno per uno: “La coordinatrice delle ostetriche Angela Palmisano, il primario Federico Tuo, il responsabili della pediatria Vincenzo Castella e Laura Bergamino, il dirigente medico Carlo Rinaldi, e tutto il personale”.

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