Salviamo il simbolo della cultura edilizia novese
Lingegner Luigi Gambarotta, noto professionista e oggi anche politico locale, appena eletto in consiglio comunale nelle fila del Movimento 5 Stelle, parla del futuro del patrimonio edilizio novese: le trunere
Lingegner Luigi Gambarotta, noto professionista e oggi anche politico locale, appena eletto in consiglio comunale nelle fila del Movimento 5 Stelle, parla del futuro del patrimonio edilizio novese: le trunere
NOVI LIGURE – Che rapporto c’è tra territorio e paesaggio? Sono sinonimi? Oppure uno dei due caratterizza l’altro? O il rapporto è vicendevole e strettamente interconnesso? E volendo entrare ancor più nel dettaglio, come si rapporta con essi il patrimonio architettonico e il costruito? Quesiti che furono posti in uno dei tanti convegni, relativi al patrimonio della terra cruda, ovvero “pisé”, le case che costituiscono un grande patrimonio non solo per Novi ma per l’intero territorio.
Passando per la frazione Merella, sarà capitato a tutti di notare uno dei simboli delle costruzioni in terra battuta, una “trunera” pubblicata ripetutamente su libri e giornali, adesso in condizioni fatiscenti. Il tetto crollato farebbe pensare a un suo abbattimento completo, ma si spera invece che possa essere recuperato. La struttura è di proprietà dell’ingegner Luigi Gambarotta, noto professionista e oggi anche politico locale, appena eletto in consiglio comunale nelle fila del Movimento 5 Stelle. Uno dei massimi esperti della cultura degli edifici in terra battuta.
“Chi, come me, vive in una casa in terra – spiega Luigi Gambarotta – conosce il piacere della frescura nelle calde giornate estive in Frascheta, il fascino geometrico di volte a vela, a padiglione, a crociera, il senso di accoglienza e conforto nelle fredde giornate invernali. Eppure per molto tempo e forse ancora adesso questa tipologia edilizia è stata vista come segno di povertà, associata alle fatiche e alla durezza della vita contadina di un tempo, prediligendo i moderni insediamenti abitativi a struttura di cemento armato. In realtà non solo l’edilizia rurale antica è realizzata in terra, ma anche molti edifici del centro storico di Novi, a volte in abbinamento con parti in muratura di mattoni, e ville storiche nella collina”.
— C’è ancora futuro per le strutture in pisé? Si parla insistentemente di riscoperta di questo patrimonio edilizio.
“È una realtà variegata che connota il territorio da Novi a Alessandria con un diverse tipologie edilizie, recentemente riscoperta e oggetto in molti casi di interventi di recupero edilizio. Questa riscoperta delle case in terra, a partire da una trentina di anni fa, ha messo gli operatori tecnici, architetti, ingegneri, geometri, di fronte a problematiche nuove a cui non erano preparati, erano quelli gli anni del cemento armato. Una situazione analoga alle case in muratura di mattoni e pietra. Io stesso, cresciuto nel mondo dell’Ingegneria Strutturale classica, ho dovuto ingegnarmi, a volte sbagliando, nel risolvere problemi di inserimenti di servizi, realizzazione di aperture, riparazioni delle volte, ripristino di intonaci, isolamento termico nelle soffitte, manutenzione di tetti e quant’altro in casa mia, nella Cascina Federica dove abito. Ricordo, addirittura, che molti impresari consigliavano di demolire le volte per evitare le spinte sui muri”.
— Esisterebbero problemi di stabilità? Il Comune potrebbe intervenire sulla salvaguardia, perlomeno degli edifici più famosi?
“Sensibile a questi aspetti, alla fine degli anni Novanta, l’amministrazione comunale ha avviato degli studi, prevalentemente attraverso convegni e collaborazioni con docenti, associazioni e professionisti soprattutto a livello nazionale, per merito di alcuni tecnici comunali particolarmente appassionati. In quel periodo ero coordinatore nazionale dei gruppi di ricerca sulle Costruzioni in muratura del Gruppo nazionale difesa dei terremoti del Cnr e mi interessai al problema della spinta delle volte sui muri in terra cruda. Un problema che i nostri vecchi risolvevano empiricamente inserendo nella parete le cosiddette radici, travi di legno, come fossero catene, ma molto più economiche. Questa ricerca non interessò l’allora assessore Ghio e non ebbe sviluppi. Tuttavia l’amministrazione proseguì la promozione dello studio delle case in terra”.
— Cosa accadde in seguito al terremoto del 2003?
“Il terremoto del 2003 con il suo impatto devastante ha evidenziato la vulnerabilità sismica degli edifici in muratura di mattoni e in terra cruda specie nei casi di edifici in cui erano stati effettuate delle alterazioni strutturali non compatibili con la logica costruttiva. Laddove erano state allargate le aperture, specie ai piani terra, o modificati tetti, eliminate catene si manifestarono i danni maggiori. In quella occasione, il Dipartimento di Ingegneria Strutturale e Geotecnica dell’Università di Genova, di cui ero direttore, organizzò un corso di formazione al progetto degli interventi di miglioramento sismico rivolto ai tecnici attivi nelle zone colpite. La mancanza di conoscenze sul comportamento sismico delle costruzioni in terra cruda ci obbligò a utilizzare pari pari tutte le conoscenze acquisite dalla ricerca sulle costruzioni in mattoni”.
— Come è stato affrontato il tema “trunere” a livello normativo?
“Nel 2006 la Regione Piemonte ha promulgato una legge sulla valorizzazione delle costruzioni in terra cruda, proponente l’allora consigliere Rocchino Muliere, con lo scopo di promuovere la conoscenza del patrimonio esistente e di sostenere finanziariamente gli interventi di recupero. Da quanto è risultato in un recente incontro svoltosi in Biblioteca comunale, a fronte di un finanziamento di più di un milione di euro, più di trecentomila euro sono stati destinati per un censimento speditivo delle costruzioni in terra cruda e una cifra analoga per studi e ricerche compiute presso il Politecnico di Torino.
Tra venticinque e trenta gli interventi effettivamente finanziati nella Regione, ciascuno sino a un massimo di 12000euro. Il tutto nei primi anni di applicazione della legge, poiché i fondi a disposizione della Regione Piemonte terminarono in poco tempo. Iniziativa lodevole nei principi, ma di dubbia formulazione e applicazione, se pensiamo che a tutt’oggi non abbiamo dati tecnici specifici e basati su una casistica credibile riguardanti la resistenza strutturale, la vulnerabilità sismica, le caratteristiche termiche delle costruzioni in terra.
Una carenza particolarmente aggravata con le nuove normative nazionali sulle costruzioni relative alla sicurezza sismica e all’adeguamento termico, che penalizzano sensibilmente le costruzioni in terra a causa per la mancanza di conoscenze sul tema specifico. A supplire questa carenza di informazioni è stato pubblicato da pochi mesi un bel libro scritto dall’architetto Bollini nell’ambito di un progetto promosso dal Comune, con il contributo fattivo dell’architetto Parodi, che contiene le linee guida per le procedure d’intervento sulle case in terra. Indiscussa l’utilità del volume, che purtroppo arriva molti anni dopo. Meglio tardi che mai”.
— Malgrado questo contributo, rimangono ancora molte questioni aperte, che sono fondamentali per la conservazione di queste costruzioni.
“In primo luogo la necessità di una analisi delle tipologie costruttive e delle planimetrie tipiche, con linee guida di adeguamento funzionale distributivo dei vani. Ricordiamoci che una volta non esistevano né bagni né ampie sale, di cui oggi non ne possiamo fare a meno. Quindi è necessario avere conoscenze sulla vulnerabilità sismica di questi edifici anche in relazione alle tipologie planimetriche e altimetriche, che sono essenziali alla formulazione di linee guida per gli interventi di miglioramento o di adeguamento sismico. Tra l’altro, oggi sappiamo molto poco di come si comportano le volte in mattoni di una costruzione in terra durante l’evento sismico. Eppure chi non ricorda quante volte lesionate a seguito del terremoto del 2003?”
— In qualità di tecnico, come vede allora la stabilità di tecniche costruttive, tutto sommato antiche, rispetto alle nuove leggi che parlano di “cappotto” agli edifici per garantire anche gli aspetti termoacustici?
“Abbiamo scarse conoscenze anche sulle caratteristiche meccaniche e fisiche del materiale terra nella specificità locale e delle peculiarità di queste costruzioni in relazione all’adeguamento termico. Come è possibile che la costruzione in terra debba essere così penalizzata. È necessario fare il cosiddetto cappotto? Poi magari ci dimentichiamo di isolare le volte sottotetto che sono sottilissime (6 centimetri). I vincoli che derivano da normative pensate per altre tipologie di costruzioni possono essere eccessivi per le costruzioni in terra. E la conclusione è che rispetto a quanto investito, abbiamo ancora poche conoscenze su queste costruzioni. Quindi, mi pare che l’emergenza sia questa, quella della conoscenza. L’idea di avviar iniziative museali e di costruire in terra cruda è interessante, ma non prioritaria. L’ipotesi di sviluppare un’architettura contemporanea in terra cruda apre degli scenari interessanti, che pongono il problema fondamentale del rapporto con il costruito esistente, ossia della conservazione o del superamento dell’identità delle tipologie costruttive. Ma questo è un campo aperto che offre molteplici possibilità”.
— C’è poi il problema di destinazione d’uso per alcune tipologie di edifici. Cosa mi dice della trunera di sua proprietà, simbolo di queste strutture?
“Qui penso ad alcune trunere, tra cui quella alla Merella di proprietà mia e di mio fratello. Questa costruzione veniva impiegata sino ai primi anni Novanta a fienile. Le norma sulla sicurezza nel lavoro e la mancanza di funzionalità ne hanno determinato la dismissione. La sua fine potrebbe essere segnata. In considerazione dell’attenzione che noi insieme ad altri abbiamo per questa costruzione, proponiamo nel 2007 al Comune, nell’ambito di una proposta avanzata con altri proprietari di modifica del Prg, di donare la trunera al Comune stesso, una volta piantumata la zona circostante, per divenire un punto di richiamo per scuole, turisti, sportivi…
La Giunta nel luglio 2007 decide di includere la proposta tra le richieste da valutare in sede di predisposizione di una futura variante parziale. Poi tutto cade nel vuoto. Alle frequenti sollecitazioni al sindaco, al vicesindaco e diversi assessori e in occasione della visita del sindaco a Merella nella primavera 2012 non si ha alcun riscontro. Nell’autunno 2012 un colpo di vento fa crollare il tetto. Nell’agosto 2013 autonomamente scriviamo al sindaco per sottoporre nuovamente la nostra richiesta, pre-cisando che tutte le nostre risorse sono impegnate nella conservazione della Cascina Federica, che è un complesso edilizio in terra cruda, di cui dobbiamo ancora restaurare la torre, la chiesetta e il tetto dell’edificio centrale. In quell’occasione abbiamo ribadito la nostra intenzione che se l’amministrazione avesse accolto la nostra richiesta e destinata la trunera a uso pubblico, malgrado l’impegno economico, avremmo potuto contribuire a ripristinarne il tetto.
Purtroppo poco tempo dopo venivo informato dal sindaco, dall’assessore Cavanna e dall’architetto Serra che la richiesta non poteva essere accolta. Questo è solo un esempio di come l’individuazione di appropriate destinazioni d’uso economicamente sostenibili sia forse uno dei problemi centrali della conservazione e del riuso delle case in terra. Un problema che non possiamo eludere”.