Cavo Dragone, “Pensando alla difesa del Paese, con Novi nel cuore”
Home
Marzia Persi - m.persi@ilnovese.info  
7 Ottobre 2014
ore
00:00 Logo Newsguard

Cavo Dragone, “Pensando alla difesa del Paese, con Novi nel cuore”

Intervista all'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, originario di Arquata Scrivia, ma molto legato a Novi. Descrivendo le sue esperienze di lavoro, l'ufficiale della Marina sottolinea "Nei momenti più critici e impegnativi, la sensibilità e l'istinto umano non possono essere sostituiti"

Intervista all'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, originario di Arquata Scrivia, ma molto legato a Novi. Descrivendo le sue esperienze di lavoro, l'ufficiale della Marina sottolinea "Nei momenti più critici e impegnativi, la sensibilità e l'istinto umano non possono essere sostituiti"

NOVI LIGURE – Abbiamo incontrato un uomo dello Stato che si occupa della difesa del Paese, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, 56 anni, originario di Arquata Scrivia ma novese a tutti gli effetti. Nonostante la sua vita lavorativa lo abbia sempre portato lontano non solo da Novi ma anche dall’Italia, Cavo Dragone è legato alla sua città da profondo affetto. Tra una trasferta e l’altra siamo riusciti a scambiare quattro chiacchiere con lui che ci permettono di conoscere un po’ di più da vicino la sua attività lavorativa e, soprattutto, di comprendere la sua profonda umanità nei confronti del prossimo.

Quando è cominciata la sua vita professionale in Marina e cosa l’ha spinto a intraprendere tale carriera?
Le motivazioni non credo siano delle più nobili. Finito il Liceo Classico a Novi nell’estate del 1976 non avevo le idee chiarissime sul da farsi. Ero attratto dalla biologia marina/oceanografia (anche affascinato dai documentari televisivi di J. Cousteau che negli anni Settanta erano frequenti e molto seguiti). Parallelamente, ricordavo un mio passato periodo a Livorno con la mia famiglia (per il lavoro di mio padre) in cui vedevo uscire in franchigia (libera uscita) gli Allievi dell’Accademia Navale, ogni estate il Vespucci si ormeggiava e ripartiva con loro per chissà quali mari esotici e avventure lontane. Mi sono detto: “Proviamoci…”. Ma senza molta convinzione: infatti provenivo da un’estate freak in cui celebravo con continuità un eccellente e meritatissimo 42/60esimi all’esame di maturità e l’idea di rinchiudermi in una
gabbia di matti non mi attirava più di tanto, ma c’era questa curiosità dei viaggi e, lo confesso, la speranza di studiare un po’ meno che all’università (mi creda, una cantonata, da questo punto di vista…) e ho risposto al bando di concorso. Una volta superato non so come l’esame d’ingresso di matematica, mi sono trovato a mio agio, ma soprattutto i primi mesi non ho mollato perché tutti i miei amici, diventati allora studenti universitari e sentendo la vita che si faceva in Accademia, mi dicevano se ero matto e mi esortavano amollare. Si può dire che inizialmente ho tenuto duro principalmente per dimostrare che, nonostante il loro serrato “pressing”, ce l’avrei fatta, almeno per 12 mesi (per non perdere l’anno di ingegneria che frequentavo in Accademia). Dopo mi sono appassionato sia alla vita cameratesca che al mestiere vero e proprio e ho continuato.

Leggendo vari articoli che la riguardano, emerge, sovente, lastua capacità di capire e sostenere gli allievi dell’Accademia, dote che la sta facendo apprezzare al di là delle sue capacità professionali, e proprio alla luce di questa tua caratteristica, quanto ritieni importante l’aspetto umano anche nel tuo lavoro?
Rubo alcune sagge parole che recentemente un mio collega, il Generale Comandante della Brigata Folgore, mi ha detto e che ritengo centrino veramente il punto. Quando hai a che fare con Uomini e Donne che seguono un processo di formazione professionale/caratteriale (come in Accademia Navale) o sono ai tuoi ordini (come sulle Navi) e quindi il loro futuro dipende da te direttamente, se tu sei un padre, e hai quindi dei figli, riesci sicuramente a comprendere meglio tutti i complessi processi che caratterizzano queste situazioni e probabilmente agisci e decidi in modo più realistico, assennato e concreto, pur non trascurando i tuoi doveri e la missione che ti è assegnata. Per rispondere direttamente a quanto mi chiede, dopo quasi quarant’anni in questo mestiere mi sento di affermare che l’elemento umano sia di gran lunga il più importante e determinante. Anche se viviamo e operiamo in una realtà a forte connotazione tecnologica e con infinite possibilità di crescita ulteriore, nei momenti più critici e impegnativi, nelle decisioni più importanti e dense di responsabilità e conseguenze la sensibilità e l’istinto umano non possono essere sostituiti.

Le esperienze che ha accumulato nel corso degli anni sono tante e tutte importanti, ma c’è un momento che ricordi più di altri, che l’ha segnato profondamente?
Sono stato particolarmente fortunato nelle destinazioni che ho avuto e al termine di ciascuna ero tentato di dire che quella era stata la più significativa… Lo direi anche dell’Accademia Navale, ma è un esperienza ancora in corso e, quindi, la escludo dalle nomination. Due eventi: Il primo appontaggio con l’AV-8B Plus (Harrier) sul Garibaldi, in quanto dopo anni di attesa la Marina Militare aveva finalmente una sua componente di velivoli tattici da combattimento; il Comando del Raggruppamento Subacquei e Incursori (Comsubin): gente speciale che è difficile da raccontare se non la si conosce direttamente. Un luogo, il Varignano dove ha sede Comsubin, in cui si respira un’aria differente e speciale, dove ancora esistono e vengono coltivati valori d’altri tempi e dove si vivono esperienze professionali e umane riservate a pochi.
 
Lei è, ormai da tre anni, Comandante dell’Accademia Navale di Livorno, presto lascerà tale incarico, dove sarai destinato? Le pesa, a volte, dover spostarsi da una città all’altra, da un Paese all’altro?
Eccome, se pesa. Ma fa parte del gioco e lo si deve affrontare il più serenamente possibile. In dipendenza dall’incarico e dal luogo, la mia famiglia spesso mi ha seguito ed ha fatto la differenza. In altri casi ho “pendolato” cercando di essere presente a casa, a Novi, almeno nei fine settimana, ma non è la stessa cosa, ovviamente. Sì, dopo tre anni lascio l’Accademia Navale a malincuore: è stato il mio primo incarico non-operativo, ma seguire e contribuire alla formazione e alla crescita di ragazze e ragazzi che diventeranno Ufficiali e quindi il futuro della Marina e del nostro Paese è stato molto entusiasmante e coinvolgente (non escludo una velata sindrome di Peter Pan, in quanto l’Accademia Navale, per noi Ufficiali di Marina, si identifica con i nostri – passati – vent’anni…). A fine ottobre andrò a Roma destinato a un Comando Operativo Interforze; lavorerò a contatto con colleghi dell’Esercito (hanno in ostaggio mio figlio all’Accademia di Modena…), dell’Aeronautica e dei Carabinieri. Non dovrei annoiarmi. Grazie dell’occasione di chiacchierare, tramite queste poche righe, con Novi. Un caro e affettuoso saluto a tutti.

Articoli correlati
Leggi l'ultima edizione