Noi siamo la nostra storia
Home
Daria Ubaldeschi - mib@ilnovese.info  
8 Febbraio 2015
ore
00:00 Logo Newsguard

Noi siamo la nostra storia

Ricordate gli “occhiali” di cui si parlava nell’ultimo Mib, quelli che indossiamo per guardare ciò che ci circonda, la realtà, gli eventi, le persone? Dicevamo che ognuno di noi ha un suo paio di occhiali, che è unico e conferisce al mondo una consistenza e un colore differenti, dettati da chi siamo e come siamo.

Ricordate gli ?occhiali? di cui si parlava nell?ultimo Mib, quelli che indossiamo per guardare ciò che ci circonda, la realtà, gli eventi, le persone? Dicevamo che ognuno di noi ha un suo paio di occhiali, che è unico e conferisce al mondo una consistenza e un colore differenti, dettati da chi siamo e come siamo.

MESSAGGI IN BOTTIGLIA – Ricordate gli “occhiali” di cui si parlava nell’ultimo Mib, quelli che indossiamo per guardare ciò che ci circonda, la realtà, gli eventi, le persone? Dicevamo che ognuno di noi ha un suo paio di occhiali, che è unico e conferisce al mondo una consistenza e un colore differenti, dettati da chi siamo e come siamo. Tutti noi abbiamo una storia del nostro vissuto, un “racconto interiore” che dà senso all’esistenza così come si snoda nel tempo e nello spazio del vivere; letteralmente siamo una biografia, non solo abbiamo una storia, ma la incarniamo direttamente e ogni racconto è peculiare, costruito di continuo da noi stessi attraverso le emozioni, i pensieri, le percezioni, le azioni.

Se ci pensate, gli esseri umani non differiscono molto dal punto di vista biologico e fisiologico, la sostanza e il funzionamento dell’organismo umano sono gli stessi: è storicamente, nei nostri racconti interiori, che siamo diversi, e non esiste al mondo persona uguale interiormente. Riparto da qui perché reputo queste considerazioni centrali per chi, come me, è psicoterapeuta. Quando una persona si rivolge a noi, infatti, la prima cosa che facciamo è quella di chiederle di raccontarsi, poiché, al contrario di ciò che si potrebbe credere, l’essenziale non è tanto il motivo cosciente che ha condotto la persona a prendere appuntamento, tendenzialmente un suo malessere, quanto piuttosto la sua storia intima, quella entro la quale quella sofferenza si situa e può acquisire significato. Inoltre, condizione necessaria per un lavoro psicoterapeutico risiede nel desiderio e nella disponibilità all’incontro con noi, più che non nella gravità del malessere ed è attraverso la narrazione di sé che l’individuo permette di farsi conoscere, anche tramite ciò che sceglie di raccontare e di omettere, e poi il tono di voce, la postura e tutta l’area della comunicazione non verbale. Così, scopo del nostro essere psicoterapeuti, al di là della remissione almeno temporanea dei sintomi, non è rendere una persona felice o soddisfatta, quello non può mai dipendere da qualcun altro, ma è prima di tutto dare un significato alla sofferenza, in modo che possa acquisire un senso lungo il continuum della storia di vita, altrimenti, se non riusciamo a restituirle una collocazione precisa, rischia di continuare a rappresentare una frattura che piano piano scava un solco troppo profondo da riparare.

Poi nostro compito sarà dare alla persona almeno una possibilità di scegliere quel modo di vita in cui meglio possa esprimersi e realizzare le proprie potenzialità, perché “noi non siamo né educatori né moralisti o salvatori…siamo portatori di comprensione e di scelte” (Greenson) e spesso molte delle cose utili che facciamo lo facciamo per motivi di cui non possiamo essere consapevoli in quel momento ma che derivano dall’incontro tra le storie, la nostra e quella delle persone che a noi si rivolgono: cosa produrrà quello specifico, unico e irripetibile incontro non possiamo saperlo a priori ma è questo che rende il viaggio della terapia ancora più emozionante e coinvolgente, alla scoperta di noi stessi, paziente e terapeuta….continua

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” (M. Proust)
 

Articoli correlati
Leggi l'ultima edizione