Il vescovo Viola: “Bisogna costruire ponti, non chiudersi nelle nostre roccaforti”
Lo scorso dicembre è giunto a Tortona il nuovo vescovo, monsignor Vittorio Viola. A distanza di circa un mese dal suo arrivo nella Diocesi, abbiamo incontrato monsignor Viola al quale abbiamo rivolto qualche domanda per conoscerlo e quindi presentarlo ai nostri lettori
Lo scorso dicembre è giunto a Tortona il nuovo vescovo, monsignor Vittorio Viola. A distanza di circa un mese dal suo arrivo nella Diocesi, abbiamo incontrato monsignor Viola al quale abbiamo rivolto qualche domanda per conoscerlo e quindi presentarlo ai nostri lettori
SOCIETÀ – Lo scorso dicembre è giunto a Tortona il nuovo vescovo, monsignor Vittorio Viola. A distanza di circa un mese dal suo arrivo nella Diocesi, abbiamo incontrato monsignor Viola al quale abbiamo rivolto qualche domanda per conoscerlo e quindi presentarlo ai nostri lettori.
Quando ha saputo del Suo incarico presso la Diocesi di Tortona, conosceva già questo territorio?
È un territorio che non conoscevo nonostante io sia di origini piemontesi, di Biella. È un territorio che devo imparare a conoscere, dai primi contatti che ho avuto posso dire che è un territorio ricco di risorse che mi ha accolto con entusiasmo.
Oltre che Vescovo e, quindi, Pastore della Diocesi, si sente anche parroco?
Se per parroco si intende il contatto diretto con le situazioni che sono la vita di ogni giorno, vorrei esserlo sempre di più. Vorrei camminare accanto a ciò che ogni donna e ogni uomo vive e, quindi, sì vorrei poterlo essere.
La Diocesi di Tortona ha una storia importante, è una delle più estese, il territorio è assai vasto e con tante e diverse peculiarità, come intende tenere unita questa comunità dove i campanilismi, a volte, sono anche molto forti?
È vero è un territorio assai complesso. La Diocesi è a cavallo di diverse regioni, è vasta e complessa anche perché vi sono realtà variegate. I campanilismi, però, vanno solo superati. Un conto è riconoscere la propria identità, riconoscersi in un luogo, in una tradizione, questo è giusto e naturale ma, quando questo è momento di conflitto non va bene. Bisogna costruire ponti, non chiudersi nelle nostre roccaforti perché il rischio è quello di impoverire tutto il territorio.
Papa Francesco è uomo di grande franchezza e di grandi aperture, Lei nel prendersi cura della Sua Diocesi pensa di seguire l’esempio di Sua Santità?
Certamente il Santo Padre è, per tutti noi, un esempio. L’apertura che il Santo Padre ha è quella del Vangelo, la buona notizia data agli uomini, noi non possiamo vivere un atteggiamento diverso. Vorrei essere capace di questa apertura, attenta a ciò che l’uomo vive.
Oggi, più che in altri momenti, alla luce anche di quanto è avvenuto a Parigi nei primi giorni di gennaio, l’integrazione fra persone di fede diversa è argomento assai dibattuto. Quale sarà il Suo impegno su questo fronte?
Ciò che è avvenuto a Parigi e, purtroppo, in altri luoghi del mondo meno conosciuti dalla grande informazione, è qualcosa di terribile che, però, non può scoraggiarci nel voler costruire quella integrazione che è il primo passaggio verso quella comunione che riconosce l’identità di ogni uomo. Non dobbiamo avere paura dell’altro, dobbiamo rispettare l’altro anche nella consapevolezza di ciò che ciascuno è. L’impegno è quello di mantenere vivo il dialogo senza paura, di chiamare per nome gli atteggiamenti contrari a questo dialogo e che offendono la dignità dell’uomo. Ci viole apertura per una convivenza pacifica.
La comunicatività del Santo Padre ha riavvicinato alla Chiese tante persone che si sentivano confuse e senza guida, ma vi sono ancora tante “pecorelle smarrite” facile “preda” di credenze più o meno spirituali, come cercherà di avvicinarle e recuperarle?
Certamente il Papa con la Sua parola ma, forse, ancor più con i Suoi gesti, ha toccato il cuore di molti uomini. Dobbiamo, però, essere attenti ad andare in profondità a ciò che il Papa dice. La Sua è una parola che interpella la Chiesa in un cambiamento di una Chiesa povera per i poveri, una Chiesa missionaria che guarda al mondo non con paura ma un luogo dove portare l’Annunciazione. Si deve approfondire ciò che il Papa dice per evitare una considerazione superficiale. Molte forme di spiritualità rischiano di naufragare in facili credenze più o meno spirituali, tendenti più al superstizioso e al magico. Questo, comunque, è un segnale che il cuore dell’uomo è alla ricerca di qualcosa d’altro che va oltre le cose e il fare, il possedere, il potere. È come se fosse un bisogno che viene espresso, che cerca di essere soddisfatto percorrendo vie che, poi, di fatto non soddisfano la sete del cuore. La Chiesa deve recuperare la capacità di dialogo, di apertura, a noi è stata consegnata quella parola di verità che è il Vangelo che è l’unica che può saziare il cuore dell’uomo. Occorre avere coraggio di annunciarla perché il cuore dell’uomo ha bisogno di Dio.