La volpe e i vermi
Quale abisso di brutalità occorra coltivare la propria esistenza per massacrare un animale, inerme, a bastonate. Non è facile da farsi neppure con un verme (sia detto in termini psicologici, di dimensione, non di specie), figuriamoci con una volpe
Quale abisso di brutalità occorra coltivare la propria esistenza per massacrare un animale, inerme, a bastonate. Non è facile da farsi neppure con un verme (sia detto in termini psicologici, di dimensione, non di specie), figuriamoci con una volpe
OPINIONI – Non si tratta di attaccare una categoria che le immagini girate di recente a Castelnuovo Scrivia, durante le fasi di “cattura delle prede per il ripopolamento”, inchiodano da sole. Ma di comprendere in quale abisso di brutalità occorra coltivare la propria esistenza per massacrare un animale, inerme, a bastonate. Non è facile da farsi neppure con un verme (sia detto in termini psicologici, di dimensione, non di specie), figuriamoci con una volpe. È poco più grande di un cagnolino, immobilizzata da una rete che serve a catturare altre prede, nella disperata consapevolezza della propria impotenza.
Non muore al primo colpo. Anzi, il trauma le porta un temporaneo vigore, per farla sfuggire al dolore: il cavallo non scappa dalla frusta, ma vuole allontanarsi dal bruciore. Guaisce – il bastone fa male: un asino non è un tamburo – e geme. Servono altre botte, nel cranio, poi finalmente, sfondata, si acquieta. Con naturalezza, nel video i ripopolatori si allontanano, corpulenti nei giacconi a quadri, simili ai Cajun: simpatici, persino, quando imbracciano il banjo, eppure assassini come i protagonisti di Un tranquillo week end di paura. Più gotici, i nostri, a casa li aspetta il menù della festa e magari i figli cui raccontare di quante piccole lepri hanno salvato, intrappolate nelle reti. Di loro, non si sa nulla: per ora è tempo di esposti, polemiche e giustificazioni.
Accusata di latitanza dal Wwf, la Polizia Provinciale si è difesa secondo un copione obiettivamente più vicino a Kojack, che a Colombo: “Innanzitutto – ha spiegato il comandante – ho chiesto alle guardie in servizio quel giorno una relazione sull’episodio di cui ho avuto notizia dai giornali”. Non informato, evidentemente, neppure dalle due Guardie Venatorie assenti dalla scena del crimine, ancorché presenti sul luogo del delitto. “Non si può negare che non siano state sul posto – ha infatti ammesso il funzionario – ma ci sono ben 3 chilometri di reti da controllare”.
Ciò che sconcerta non è questo, però, né il tentativo del Superiore di addossare l’inerzia dei propri agenti ai testimoni: “Se chi ha visto (chi: il videoamatore?) si fosse premurato di avvertire il nostro Personale (ma non erano chissà dove, lungo i ben tre chilometri di rete?) la volpe non sarebbe stata uccisa”. Quello che colpisce di più, infatti, prima ancora della bastonatura a morte di un animale, è la prassi del tutto legale (la cattura delle prede), all’interno della quale un’azione del genere può maturare. Resa più inaccettabile dalla sintesi burocratica delle procedure: come si parlasse di oggetti.
“Le guardie provinciali – viene spiegato – controllano che la selvaggina, patrimonio indisponibile dello Stato, sia immatricolata e portata dove indicato dall’Ambito territoriale di caccia. Le bestie catturate nelle zone di ripopolamento vengono liberate fuori da queste aree per poi essere cacciate”. Semplificando: la caccia dovrebbe regolamentare gli eccessi faunistici di un territorio. Tuttavia, quando la fauna manca – ossia, quando tramite la caccia si è regolamentata – viene di nuovo immessa nelle campagne, per essere uccisa. E così, all’infinito, favorito dall’indifferenza di tutti, si ripete un Male che Hanna Arendt – in un contesto che quanto a metodo e sofferenza, dista assai poco da questo – avrebbe definito tanto più terribile, poiché: “I suoi servitori, più o meno consapevoli, non sono che piccoli, grigi burocrati. I macellai del nostro tempo non hanno la grandezza dei demoni: sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano”.