Insegnare, questo è il problema
Dubbi e considerazioni tra lovvio e il semiserio di una docente alle soglie della pensione
Dubbi e considerazioni tra lovvio e il semiserio di una docente alle soglie della pensione
OPINIONI – Per un’insegnante di scuola media andare in pensione a 60 anni è tardi e presto al tempo stesso. Tardi perché il gap generazionale è davvero forte, sono 50 anni di differenza, la società si trasforma alla velocità della luce e mantenersi al passo è pressoché impossibile. I ragazzi sono sempre più difficili da capire nelle loro priorità, anche se poi si scopre che le dinamiche interpersonali non sono cambiate di molto in mezzo secolo e fanno stare bene e stare male le stesse cose per quasi tutti. E che sorprendentemente ai ragazzi può piacere un sacco il melodramma, l’opera lirica – la Carmen o la Traviata – se qualcuno gliela sa far arrivare o la Commedia dantesca, magari appresa a memoria, con Ulisse eroe del coraggio che si vorrebbe avere a quell’età.
Presto perché a 60 anni oggi non si è – in genere – ancora veramente vecchi dentro, si può anzi essere in grado di trasmettere parecchio in termini di esperienza, emozione, conoscenza. Soprattutto se si è capito che sono le prime due a generare la terza, che non basta sapere se non si sa comunicare e che la comunicazione passa attraverso il filo che unisce la parola con il sentire. Non basta essere buoni e cordiali per fare presa sugli alunni, occorre essere forti e sicuri, comprensivi ma non lassisti, fermi ma non immobili. E tenere fuori dall’aula i propri personali problemi – che come autoterapia non funziona poi male, una depurazione di cinque ore che alla fine crea distanza dalle proprie nevrosi e a volte le rende più leggere.
Ma che ce ne importa, diranno i lettori / utenti di Alessandrianews? In realtà mi piacerebbe sapere – al di fuori delle direttive della “Buona scuola” il disegno di legge appena approvato dal Consiglio dei ministri, nel merito della quale non voglio entrare – quali sono le caratteristiche per loro di un buon insegnante, me lo sono chiesto tante volte, ne ho visti tanti bravissimi nella loro materia e incapaci di trasmetterla, farsi travolgere dal caos in classi di ragazzini perbene ed educati, oppure appassionare un uditorio di scalmanati con la storia vera di uno zio d’America o del modo migliore di fare la spesa.
Che cosa deve avere un buon insegnante per essere tale? Come dice Radio 24 “la passione si sente” ma non basta? Certo è diverso entrare in una scuola di paese con i fiori alle finestre con la bidella che fa il caffè e attraversare un quartiere dormitorio e poi una piazza circondata da negozi vuoti con la spazzatura che vola nel vento come i riccioli di sterpaglie nel deserto. Avere a che fare con piccoli lord o piccoli teppisti. Ma ognuno di noi ha nel cuore un insegnante che gli ha svoltato la vita, nel bene e nel male, di cui ricorda le testuali parole che usa ancora con la certezza di dire una cosa assai ficcante. Com’era quel docente, in poche parole, ficcanti?