La bimba e il partigiano 70 anni dopo
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Redazione - redazione@ilnovese.info  
25 Aprile 2015
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La bimba e il partigiano 70 anni dopo

Oggi si celebra il 70° anniversario della Liberazione: il 25 aprile del 1945 l'esercito nazifascista si arrendeva e lasciava l'Italia dopo le insurrezioni partigiane a Genova, Milano e Torino, ponendo fine all'occupazione tedesca in Italia. Pubblichiamo un racconto che ricorda i protagonisti di quei fatti.

Oggi si celebra il 70° anniversario della Liberazione: il 25 aprile del 1945 l'esercito nazifascista si arrendeva e lasciava l'Italia dopo le insurrezioni partigiane a Genova, Milano e Torino, ponendo fine all'occupazione tedesca in Italia. Pubblichiamo un racconto che ricorda i protagonisti di quei fatti.

SOCIETÀ –  Settantuno, correge lei, la bimba divenuta una bella signora, mamma e anche nonna. Ha ragione:era la fine di giugno del 1944, quando il partigiano ebbe la fortuna di incontrarla.
Ferito al ginocchio , dopo le sommarie cure del medico condotto del paese, chiamato per soccorrerlo, il partigiano sfinito, impossibilitato a muoversi, restò nascosto nella stanzetta dove aveva trovato il primo rifugio. Attendeva che gli calasse la febbre, attendeva di riprendere le forze per poter camminare per continuare la fuga. Un complice silenzio, usuale fra la popolazione della valle, lo circondava protettivo. Ma il ferito aveva anche bisogno di un minimo di assistenza, almeno di mangiare e di bere.
Le pattuglie della Wermacht e della G.N.R. giungevano di sovente in paese. Bastava un minimo segno del passaggio dei partigiani per mettere nei guai chiunque avesse dato loro alloggio o anche solo un po’ di pane. La deportazione era, con l’incendio della casa, il minimo che potesse accadere al “complice dei banditi”. Nessuna donna, né tanto meno uomo, voleva correre il rischio di farsi catturare insieme al partigiano, se lo avessero scoperto. Non solo, ma quello aveva ancora le armi e si sarebbe difeso, coinvolgendoli in uno scontro. Però lasciarlo morire di fame e di sete . o costringerlo a mostrarsi nella ricerca di cibo, erano altri e forse, più gravi rischi . Nel primo caso perchè i suoi compagni lo avrebbero vendicato ; nel secondo, perchè il pericolo di far bruciare il paese sarebbe stato incombente.
Ricorsero a lei, alla bimba, che non temeva né tedeschi , né brigate nere, forse per coraggio, forse per la pietà verso quel ragazzo, forse per generosità, accompagnata da una dose di incoscienza giovanile.
E si incontrarono: lei con in mano un fiasco spagliato colmo di acqua “tinta”con un po’ vino e un fagotto con dentro pane bianco, salame e formaggio di pecora. Lui con la fame e la sete di due giorni e, soprattutto, il desiderio di vedere un sorriso dopo tanti visi scuri di preoccupata paura; di udire una voce amica, dopo il rumore degli spari, che ancora gli risuonava dentro.
Ebbe quel sorriso dolce e quel suono di voce affettuoso che gli chiedeva :“ Come stai ? Hai tanto male? “. Fu lesta la bimba nel consegnargli le vivande e allontanarsi come il suo papà le aveva consigliato. Un papà che rischiava il collo tutti giorni aiutando “ sti povri fioi”, che sfamava e ospitava nel suo fienile. I “povri fioi” , chiamati anche, nel loro dialetto: i “ribeli” o i “partigianni”. Tornò ogni giorno la bimba dal partigiano, finchè non fu in grado di fuggire ancora.
Ieri si sono ritrovati dopo settanta anni, anzi settantuno, la bimba e il partigiano, si sono abbracciati : lui vinto dalla commozione, lei con la stessa sicurezza di allora. Hanno ricordato: “Ulisse”, il più bello, che corteggiava la…. “Dardagnan”, che era bruttino, “Marco”, Anselmi precisa lei, che fu ucciso , benchè ferito, nell’agosto del ’44, a Cerreto di Zerba, “Chichirichi” che veniva da Dernice a “salutare “ il padre di lei, per quel po’ di cibo per sé e i suoi compagni ; Raffica, che era un ex carabiniere, perciò severo e altri ancora.
Nell’aria serena si è diffuso un profumo di ideali puliti, di fede fervente, di generosità a cuore aperto, di amore fraterno, come accadeva allora, settanta, anzi settantuno, anni or sono.
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