Da soli non c’è storia
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Da soli non c’è storia

Un vecchio proverbio africano racconta che nella vita ci si imbatte in tre tipi di persone: quelle che ti cambiano la vita, quelle che te la rovinano e quelle che saranno la tua vita. Comunque sia, sono le persone ad avere influenza sulla nostra esistenza, poiché noi siamo per natura animali sociali, “siamo fatti di persone”...

Un vecchio proverbio africano racconta che nella vita ci si imbatte in tre tipi di persone: quelle che ti cambiano la vita, quelle che te la rovinano e quelle che saranno la tua vita. Comunque sia, sono le persone ad avere influenza sulla nostra esistenza, poiché noi siamo per natura animali sociali, ?siamo fatti di persone?...

OPINIONI – Un vecchio proverbio africano racconta che nella vita ci si imbatte in tre tipi di persone: quelle che ti cambiano la vita, quelle che te la rovinano e quelle che saranno la tua vita. Comunque sia, sono le persone ad avere influenza sulla nostra esistenza, poiché noi siamo per natura animali sociali, “siamo fatti di persone” e di ciò che da loro possiamo e vogliamo apprendere, nel bene e nel male, in un meccanismo perpetuo e reciproco di insegnamento e apprendimento.

Gli altri, quindi, possono essere un’inesauribile fonte di conoscenza e di nuove scoperte se sappiamo prestarvi ascolto e attenzione, sono lo specchio nel quale ci riflettiamo e con cui ci confrontiamo; proiettiamo sugli altri ciò che detestiamo di noi stessi per poterlo così allontanare e invidiamo ciò che vorremmo essere ma che, proprio perché non riusciamo ad esserlo, poi critichiamo nell’altro, in un meccanismo psicologico effettivamente perverso che, quando si manifesta all’interno di un rapporto di cura psicoterapica, può così venire allo scoperto ed essere sottoposto ad analisi e critica, acquisire significato e solo allora essere risanato e diventare un ulteriore strumento di conoscenza e miglioramento di sè. In questo consiste, tra le altre cose, la psicoterapia, che altro non è che un incontro tra due persone, una delle quali ha come compito centrale quello di prendersi cura dell’altro, a patto, però, che abbia imparato a prendersi prima di tutto cura di se stesso, pur con qualche caduta inevitabilmente connessa al fatto di essere umani.

Perché avere cura di sé è il primo dovere di uno psicoterapeuta, non è qualcosa che può scegliere di fare, anzi, è un presupposto necessario: il prendersi cura, infatti, è un processo che si attua solo nell’incontro tra due soggetti che si ritrovano a scrivere una nuova storia, al termine della quale nessuno dei due sarà più lo stesso. Del resto, il termine terapeuta deriva dal greco therapon, ossia colui che porgeva le frecce al guerriero che doveva combattere per la propria vita e che, perciò, era incaricato di prendersi cura di lui, di assisterlo nel momento di difficoltà. Il verbo therapeuo, inoltre, significa curare, servire, assistere, coltivare e portare il frutto a piena maturazione. Allora lo psicoterapeuta, il terapeuta della psiche, dovrebbe fare proprio questo: accompagnare l’altro, che a lui si affida, nel percorso di maturazione, preparando e dotandolo volta per volta degli strumenti che gli sono necessari per vivere ogni giorno, mettendo sempre in conto qualche caduta, dalla quale sarà però sempre più agevole e meno rischioso alzarsi.

Solo ed esclusivamente dall’incontro unico e irripetibile tra l’Io e il Tu di questa relazione, nasce un nuovo sé, proprio nella misura in cui le persone esistono nella relazione con gli altri, in un dialogo costante che si svolge contemporaneamente con i propri pensieri ed emozioni e con tutto il mondo di esperienza e affetti portato dall’altro. Solo così chi fa il mio mestiere può aiutare i pazienti nel compito più difficile che li aspetta, ossia, come direbbe Freud, ad affrontare la vita ostile.

 

“Praticare la psicoterapia non significa fare qualcosa al soggetto, né convincerlo a fare qualcosa per sé; si tratta invece di liberarlo perché possa crescere e svilupparsi in modo normale, e di rimuovere ostacoli in modo che possa andare avanti” (Carl Rogers)
 
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