L’illusione della confederazione europea
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L’illusione della confederazione europea

La via verso un’autentica federazione europea è impervia e quella confederale appare più percorribile, ma ciò dipende in larga misura dalla sua modestia, che la rende inadeguata a governare le punte più avanzate dell’integrazione già esistente, a partire dall’Eurozona

La via verso un?autentica federazione europea è impervia e quella confederale appare più percorribile, ma ciò dipende in larga misura dalla sua modestia, che la rende inadeguata a governare le punte più avanzate dell?integrazione già esistente, a partire dall?Eurozona

OPINIONE – La confusione è grande sotto il cielo d’Europa. Alla luce di un’interpretazione creativa degli accordi di Schengen, la Francia rifiuta di aprire le frontiere ai profughi provenienti dall’Italia, centinaia dei quali hanno trascorso l’ultimo weekend appollaiati sulla scogliera di Ventimiglia; a furia di minacce, azzardi e penultimatum, sulla crisi finanziaria della Grecia continua ad aleggiare lo spettro del default; si susseguono, con risultati interlocutori, riunioni fra il governo ellenico e i presidenti della Commissione, della Bce e del Fmi, allargate ad Angela Merkel, in omaggio all’egemonia tedesca, e a François Hollande, nei panni dell’amico un po’ noioso, ma astemio, invitato alla festa se promette di guidare al ritorno.

È comprensibile che, depresso da queste miserie, il mondo intellettuale si interroghi sulle modalità con cui conferire nuova efficacia all’azione dell’Ue. Un primo ordine di proposte proviene dal coté che continua a ritenere necessaria una svolta federalizzante dell’integrazione. Forse sono passati i tempi in cui la si poteva rivendicare apertamente, filosofando pure sui perché. Ma ciò non vieta – a figure come Joseph H.H. Weiler e Giuliano Amato – di stilare un più concreto elenco di riforme, fra cui la trasformazione delle elezioni del parlamento europeo in un confronto fra programmi alternativi, finalizzato all’investitura di autorità politiche sovranazionali giudicabili dai cittadini in occasione della tornata elettorale successiva. Senza chiamarla per nome, è a una democrazia federale europea che prelude questo progetto, presentato all’Istituto Universitario Europeo di Firenze come “nuova dichiarazione Schuman” e meritevole del significativo endorsement di Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Note analoghe, appena più sfumate, si colgono nel documento di lavoro recentemente elaborato dal governo italiano in vista del rafforzamento dell’Unione economica e monetaria, specialmente laddove si auspica la valorizzazione del parlamento europeo e di quelli nazionali, accanto a un ripensamento – “almeno parziale” – del voto all’unanimità nelle deliberazioni del Consiglio, in balia di governi egoisti e capricciosi.

Torna di moda, come alternativa, la retorica “confederale” cui fa appello, fra gli altri, Angelo Panebianco nei due ultimi editoriali sul “Corriere della Sera” (8 e 15 giugno). Si tratta di una posizione dettata, da un lato, dalla consapevolezza che i singoli Stati europei non hanno dimensioni e forze sufficienti per confrontarsi con gli attori principali delle relazioni internazionali, dagli Stati Uniti ai paesi emergenti. E, dall’altro, dallo scetticismo verso l’ipotesi che l’Europa possa fare da levatrice a una federazione o a una qualche entità istituzionale dotata di carattere statuale. Il risultato è uno scenario in cui, ragionando in termini di pura convenienza, gli Stati rifonderebbero l’Ue affidandole alcune poche competenze, per esempio la moneta e la gestione dei flussi migratori, su cui assumere “decisioni comuni”.

Questi brevi cenni suscitano immediatamente qualche perplessità. È appropriato, in primo luogo, definire “confederale” un assetto che, sebbene volutamente minimalista, contempla la moneta unica europea, ossia l’amputazione di un potere sovrano dello Stato nazionale moderno? Non è chiaro, inoltre, da quali organi e con quali modalità sarebbero assunte le suddette decisioni comuni: all’unanimità, come prevederebbe la dottrina confederalista, a costo di continui stalli, o adottando il principio maggioritario, più efficace ma affine a un impianto sovranazionale che profuma di federalismo? E soprattutto: in che cosa si distinguerebbe la nuova Ue da quella attuale? Lungi dal costituire il “salto di qualità” predicato dai suoi fautori, una confederazione europea – rigorosamente intesa – amplificherebbe a dismisura il peso della componente intergovernativa che sta zavorrando l’integrazione e consegnando le redini del comando agli Stati più influenti nel Consiglio europeo e negli altri organismi in cui, al riparo da occhi indiscreti, si usa pesare i veti più che contare i voti.

Intendiamoci: la via verso un’autentica federazione europea è impervia e quella confederale appare più percorribile, ma ciò dipende in larga misura dalla sua modestia, che la rende inadeguata a governare le punte più avanzate dell’integrazione già esistente, a partire dall’Eurozona. Per quanto oggi sia difficile da immaginare, agli europei servirebbe viceversa un investimento politico e simbolico-emotivo in un futuro solidale, nel quale condividere e gestire in comune risorse e istituzioni ben più solide di quelle offerte da una semplice confederazione.

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