L’immigrazione mette in discussione gli accordi di Schengen
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L’immigrazione mette in discussione gli accordi di Schengen

Il fenomeno dell’immigrazione viene da anni classificato come un’emergenza, ma vista la cadenza regolare con cui avvengono gli sbarchi si tratta ormai della normalità

Il fenomeno dell?immigrazione viene da anni classificato come un?emergenza, ma vista la cadenza regolare con cui avvengono gli sbarchi si tratta ormai della normalità

OPINIONI – Il fenomeno dell’immigrazione viene da anni classificato come un’emergenza, ma vista la cadenza regolare con cui avvengono gli sbarchi si tratta ormai della normalità. Nonostante non siano più eventi straordinari, la macchina degli aiuti non riesce ad adeguarsi al ritmo degli arrivi e alla quantità di persone crescenti che necessitano di soccorso. L’Italia è la meta principale, vista la posizione geografica di braccio sul Mediterraneo, di questi atroci viaggi della speranza; dopo anni in cui è stata lasciata sola dall’UE a gestire un così imponente dramma umanitario, è nata l’operazione Triton di soccorso in mare, a cui partecipano svariate nazioni con un ampio spiegamento di forze. Questo ha permesso di arginare, se non evitare, le stragi silenziose nel Canale di Sicilia dovute all’affondamento dei barconi sovraccarichi di migranti a cui troppo spesso abbiamo dovuto assistere inermi.

Ora, però la rotta maggiormente battuta da migliaia di profughi è quella che dalla Turchia porta, attraverso un breve tratto di mare, alle isole greche dell’Egeo. Essa viene ritenuta meno pericolosa perché la distanza da percorrere in barca è decisamente inferiore alla traversata del Mediterraneo; in compenso per raggiungere i tanto agognati Paesi nordici bisogna camminare dalla Grecia sino alla Scandinavia con una media di 100 chilometri a notte e un tempo previsto di dieci giorni, salvo imprevisti. E questi non sono certo rari, il più temuto è sicuramente il muro di ferro, filo spinato e lamette che l’Ungheria sta costruendo sui 175 chilometri di confine con la Serbia. I lavori termineranno ai primi di Settembre e per questo i protagonisti degli ultimi sbarchi in Grecia hanno fretta di mettersi in marcia. Altro impedimento al lungo e già difficile cammino è il confine macedone che per giorni è stato chiuso e presidiato dalla polizia e poi è stato riaperto facendo defluire gli 8000 migranti che si erano accalcati nell’ultimo paesini della penisola ellenica.

Di fronte a questo scenario di disperazione l’Unione Europea sembra vacillare. I capi di governo non hanno ancora pattuito definitivamente le quote di migranti da distribuire nelle varie nazioni, la politica estera europea è debole e quella interna caotica, infatti l’emergenza viene tamponata e non affrontata specialmente in paesi come la Grecia che già combattono sul fronte economico e, cosa ancor più grave, vengono messi di fatto in discussione i principî fondanti dell’Unione: in particolare gli Accordi di Schengen. La libera circolazione delle persone e delle merci è infatti la base da cui si è partiti per costruire successivamente l’unione monetaria e si spera si arriverà a quella politica. I respingimenti macedoni, il muro ungherese, ma anche il controllo del tunnel sotto la Manica a Calais vanno contro i pilastri dell’UE. Questi episodi nascono da una risposta autoritaria dei governi nazionali al problema dell’immigrazione, che le istituzioni sovranazionali hanno a lungo sottovalutato e ora di fronte alle cifre enormi di arrivi si trovano impreparate per un intervento risolutivo e repentino che sarebbe necessario. Il governo Junker ha assicurato che Schengen non verrà modificato, ma in pratica è già successo.

L’Europa senza frontiere a cui ci eravamo abituati sembra non esserci più. Tuttavia credo che la soluzione per il problema migratorio non venga dalla costruzione di barriere, ma al contrario da una maggiore cooperazione internazionale per gestire l’accoglienza e l’eventuale rimpatrio dei richiedenti asilo oltre che garantire la sicurezza dell’Europa dalla pressante minaccia del terrorismo. Solo attuando una politica interna seria ed efficace, sostenuta da tutte le nazioni, si può agevolmente guardare al futuro che per almeno 10 anni sarà caratterizzato dai flussi migratori. La guerra in Siria, le situazioni instabili del Nord Africa ed il Medio Oriente con tutte le problematiche ad esso connesse, Isis in primis, ci obbligano a fare programmi sul lungo termine e per questo ci vuole un’Europa forte ed unita che sappia far fronte alle emergenze umanitarie dimostrando di meritarsi l’appellativo di “democratica” di cui ama fregiarsi.
 

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