Il problema della vittoria
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Stefano Quirico - redazione@alessandrianews.it  
19 Settembre 2015
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Il problema della vittoria

Nel sabato in cui Jeremy Corbyn veniva eletto alla segreteria del New Labour, José Mourinho assisteva all’ennesima sconfitta del suo Chelsea. Quelle di Corbyn e Mourinho sono due parabole sull’eterna lotta fra utopia e realtà. La contingenza storica premia l’idealismo dell’uno e punisce il pragmatismo dell’altro

Nel sabato in cui Jeremy Corbyn veniva eletto alla segreteria del New Labour, José Mourinho assisteva all?ennesima sconfitta del suo Chelsea. Quelle di Corbyn e Mourinho sono due parabole sull?eterna lotta fra utopia e realtà. La contingenza storica premia l?idealismo dell?uno e punisce il pragmatismo dell?altro

OPINIONI – Nel sabato in cui Jeremy Corbyn veniva eletto alla segreteria del New Labour, José Mourinho assisteva all’ennesima sconfitta del suo Chelsea in questo complicato avvio di stagione. I due eventi, com’è ovvio, sono del tutto indipendenti. E l’unico tratto comune ai protagonisti è la residenza londinese. A dividerli – oltre a formazione, cultura, ambizioni, professione, reddito, abitudini alimentari – è il modo con cui si relazionano alla questione della vittoria e della sconfitta. Che l’uomo politico inglese considera sostanzialmente secondaria, rispetto alla testimonianza delle proprie convinzioni, e che per l’allenatore portoghese è invece la stella polare.

Fa dunque sensazione che, a distanza di poche ore, si consumino il trionfo dell’uno e il tracollo dell’altro. È il segno di un cambio di paradigma? Ma soprattutto: c’è da rallegrarsi per quanto accaduto? Sul caso Corbyn molto è stato scritto, anche con accenti apocalittici, come quelli utilizzati da Tony Blair su The Guardian del 13 agosto. Quale che sia il giudizio sull’ex premier britannico – nel bilancio pesa, accanto alla politica economica, il ruolo avuto in occasione della guerra all’Iraq del 2003 –, negli ultimi 35 anni egli è stato l’unico leader laburista capace di sconfiggere i conservatori. Il che può sollevare qualche dubbio sulle qualità della classe dirigente da lui stesso allevata affinché gli succedesse, e bastonata già due volte alle elezioni. Ma ne suscita certamente di più la prospettiva di riportare il partito su una piattaforma programmatica radicale e un po’ retro, figlia di un rigurgito identitario idoneo a galvanizzare 250.000 militanti e simpatizzanti nostalgici, ma difficilmente in grado di convincere vari milioni di elettori nel 2020. La preoccupazione centrale, per chiunque non disdegni di governare.

Il clima non è migliore sotto i cieli d’Europa, poiché incombe il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue, promesso dallo spericolato Cameron per disinnescare l’euroscetticismo – se non l’autentico antieuropeismo – annidato nell’Ukip di Farage e in una consistente minoranza conservatrice. Quale posizione assumerà il nuovo corso laburista in un frangente tanto delicato per tutti gli europei? Le intemerate di Corbyn contro gli Stati Uniti e la Nato, interlocutori imprescindibili per qualsiasi statista euro-occidentale, diffondono foschi presagi.

Ed eccoci alle traversie di Mourinho, colui che al successo (sportivo) sacrificherebbe tutto, a partire dal bel gioco. È orientato a quel fine grandioso, la vittoria, anche il suo noto istrionismo verbale, che nella parentesi italiana affascinò la penna eclettica di Edmondo Berselli, arrivato a scomodare Carl Schmitt, e quella insospettabile di Barbara Spinelli. A parte qualche cedimento all’istinto del momento, ogni parola, azione, decisione del portoghese è frutto di un calcolo razionale che ne misura la convenienza e la funzionalità allo scopo. È un male? Tutt’altro, nell’epoca consacrata all’adorazione di Guardiola, il profeta del calcio a una dimensione, del possesso-palla spinto all’estremo. È stato proprio Mourinho, da avversario, a smascherarne i limiti, dimostrando quanto l’ossessivo tiki-taka potesse rivelarsi stucchevole e improduttivo, il monumento a un’idea che non assicura benefici concreti. E opponendogli sul piano “filosofico” – per usare una formula impegnativa – l’opportunità di modellare squadra e tattica a seconda delle circostanze, senza vergognarsi di ricorrere a un’impostazione speculativa, se giudicata più redditizia per il conseguimento del risultato.

In un certo senso, quelle di Corbyn e Mourinho sono due parabole sull’eterna lotta fra utopia e realtà. La contingenza storica premia l’idealismo dell’uno e punisce il pragmatismo dell’altro. Al nuovo leader laburista auguriamo ogni fortuna, ma con lo scetticismo condiviso da larga parte degli osservatori. Quanto allo stratega di Setúbal, anche per una questione di affetto, ci piace pensarlo pronto all’ennesima corsa in campo, per festeggiare altri trofei.

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