Il problema della vittoria
Nel sabato in cui Jeremy Corbyn veniva eletto alla segreteria del New Labour, José Mourinho assisteva allennesima sconfitta del suo Chelsea. Quelle di Corbyn e Mourinho sono due parabole sulleterna lotta fra utopia e realtà. La contingenza storica premia lidealismo delluno e punisce il pragmatismo dellaltro
Nel sabato in cui Jeremy Corbyn veniva eletto alla segreteria del New Labour, José Mourinho assisteva all?ennesima sconfitta del suo Chelsea. Quelle di Corbyn e Mourinho sono due parabole sull?eterna lotta fra utopia e realtà. La contingenza storica premia l?idealismo dell?uno e punisce il pragmatismo dell?altro
OPINIONI – Nel sabato in cui Jeremy Corbyn veniva eletto alla segreteria del New Labour, José Mourinho assisteva all’ennesima sconfitta del suo Chelsea in questo complicato avvio di stagione. I due eventi, com’è ovvio, sono del tutto indipendenti. E l’unico tratto comune ai protagonisti è la residenza londinese. A dividerli – oltre a formazione, cultura, ambizioni, professione, reddito, abitudini alimentari – è il modo con cui si relazionano alla questione della vittoria e della sconfitta. Che l’uomo politico inglese considera sostanzialmente secondaria, rispetto alla testimonianza delle proprie convinzioni, e che per l’allenatore portoghese è invece la stella polare.
Fa dunque sensazione che, a distanza di poche ore, si consumino il trionfo dell’uno e il tracollo dell’altro. È il segno di un cambio di paradigma? Ma soprattutto: c’è da rallegrarsi per quanto accaduto? Sul caso Corbyn molto è stato scritto, anche con accenti apocalittici, come quelli utilizzati da Tony Blair su The Guardian del 13 agosto. Quale che sia il giudizio sull’ex premier britannico – nel bilancio pesa, accanto alla politica economica, il ruolo avuto in occasione della guerra all’Iraq del 2003 –, negli ultimi 35 anni egli è stato l’unico leader laburista capace di sconfiggere i conservatori. Il che può sollevare qualche dubbio sulle qualità della classe dirigente da lui stesso allevata affinché gli succedesse, e bastonata già due volte alle elezioni. Ma ne suscita certamente di più la prospettiva di riportare il partito su una piattaforma programmatica radicale e un po’ retro, figlia di un rigurgito identitario idoneo a galvanizzare 250.000 militanti e simpatizzanti nostalgici, ma difficilmente in grado di convincere vari milioni di elettori nel 2020. La preoccupazione centrale, per chiunque non disdegni di governare.
Il clima non è migliore sotto i cieli d’Europa, poiché incombe il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue, promesso dallo spericolato Cameron per disinnescare l’euroscetticismo – se non l’autentico antieuropeismo – annidato nell’Ukip di Farage e in una consistente minoranza conservatrice. Quale posizione assumerà il nuovo corso laburista in un frangente tanto delicato per tutti gli europei? Le intemerate di Corbyn contro gli Stati Uniti e la Nato, interlocutori imprescindibili per qualsiasi statista euro-occidentale, diffondono foschi presagi.

In un certo senso, quelle di Corbyn e Mourinho sono due parabole sull’eterna lotta fra utopia e realtà. La contingenza storica premia l’idealismo dell’uno e punisce il pragmatismo dell’altro. Al nuovo leader laburista auguriamo ogni fortuna, ma con lo scetticismo condiviso da larga parte degli osservatori. Quanto allo stratega di Setúbal, anche per una questione di affetto, ci piace pensarlo pronto all’ennesima corsa in campo, per festeggiare altri trofei.