Soli come un cane
"Sempre di più sono i casi che registriamo, di persone che ci portano i loro animali malati senza più tornare a riprenderli". Il grido di allarme più acuto è arrivato, solo un paio di settimane fa, da parte dei veterinari di Asti
"Sempre di più sono i casi che registriamo, di persone che ci portano i loro animali malati senza più tornare a riprenderli". Il grido di allarme più acuto è arrivato, solo un paio di settimane fa, da parte dei veterinari di Asti
OPINIONI – “Sempre di più sono i casi che registriamo, di persone che ci portano i loro animali malati senza più tornare a riprenderli”. Il grido di allarme più acuto è arrivato, solo un paio di settimane fa, da parte dei veterinari di Asti – quattrocento i casi di abbandono durante l’estate appena trascorsa – ma la situazione è disastrosa in tutto il Piemonte, Alessandria compresa e, più in generale, in tutto il Paese. Tralasciando i casi più spregevoli di quanti trovano, in quello appena descritto, un modo come un altro per sbarazzarsi del cucciolo diventato adulto, il problema denunciato dai sanitari astigiani evidenzia una situazione d’emergenza che segue, di pari passo, il disagio in cui versano non poche persone in questi tempi di crisi. Premesso, infatti, che occuparsi anche del benessere animale non esclude la pari sensibilità verso le fasce deboli più della popolazione, è appena il caso di ricordare come – dati alla mano – ormai milioni di famiglie in Italia accolgano al proprio interno i cosiddetti animali d’affezione. Con i quali far giocare e crescere in modo assai responsabile ed equilibrato i propri bambini, per esempio, che attraverso il rapporto (sia guidato, sia istintivo) con essi, assumono la consapevolezza delle esigenze di “altri” oltre a se stessi e in genere socializzano prima, se non meglio, dei coetanei. Ma ancora più frequentemente, questi animali costituiscono una vera e propria risorsa affettiva per un numero sempre crescente di persone sole, che dalla compagnia disinteressata di questi piccoli grandi amici traggono un beneficio antidepressivo assoluto. Più numerosi gli anziani e, ancora di più, quelli che tra loro vivono di pensioni ai limiti della sopravvivenza.
“Non è raro – dicono ancora i veterinari interpellati – che tra chi abbandona (più o meno dichiaratamente) il proprio animale da noi, ci sia chi lo faccia solo nella speranza che possa sopravvivere”. Un insieme di problemi individuali che finiscono però col riflettersi sull’intero sistema sociale: al di là della “fregatura” patita dai medici veterinari – che per curare gli animali, oltre all’onorario perso, sostengono comunque dei costi obiettivi – e allo strazio nell’abbandonare il fedele compagno da parte di chi non può permettersi di curarlo, si aggiunge infatti l’esigenza di collocare gli animali dagli ambulatori ai canili con ulteriori costi che, nell’improbabile attesa di un’adozione, restano a carico perenne della Comunità dei cittadini. Di quelli che pagano le tasse, almeno. Tutti validi motivi, in ogni caso, che potrebbero indurre a rivalutare una buona idea venuta in mente, quando ancora esistevano le Provincie nel pieno delle loro funzioni, all’allora assessore alle politiche sociali.
Su sollecitazione di alcune associazioni animaliste, infatti, l’assessore provinciale Maria Grazia Morando aveva promosso un tavolo di discussione, invitando Asl, veterinari e farmacisti, per studiare la possibilità di stipulare – in mancanza di un vero e proprio servizio veterinario convenzionato nazionale – almeno convenzioni ad hoc, per venire incontro alle esigenze delle fasce più deboli: gli esseri umani per povertà e gli animali per conseguente destino. Non se ne fece nulla: per gli interessi delle varie botteghe, azzardò all’epoca qualcuno. Ma che oggi, perseverando a voler considerare come bislacche quelle idee che sono invece semplicemente lungimiranti, rischiano di trasformarsi in botteghe vuote.