La destra sbriciolata
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Stefano Quirico - redazione@alessandrianews.it  
19 Ottobre 2015
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La destra sbriciolata

Il caso di Gaetano Quagliariello, fresco scissionista dell’Ncd, a sua volta nato da una costola di Forza Italia, la cui resurrezione ha comportato la frantumazione del PdL, è solo la punta dell’iceberg

Il caso di Gaetano Quagliariello, fresco scissionista dell?Ncd, a sua volta nato da una costola di Forza Italia, la cui resurrezione ha comportato la frantumazione del PdL, è solo la punta dell?iceberg

OPINIONI – Nella feroce ed esilarante parodia dedicatagli da Corrado Guzzanti dopo il collasso dell’Unione prodiana, Fausto Bertinotti invitava i partiti di sinistra a scindersi e moltiplicarsi fino a scomparire dall’universo del visibile, per attaccare più efficacemente l’avversario politico. E la tendenza storica al frazionismo, al particolarismo, al settarismo è stata ultimamente confermata dai vari Civati, Cofferati e Fassina, la cui attuale collocazione sfugge ai radar dell’osservatore medio.

Da qualche tempo, tuttavia, l’invidiabile primato è insidiato dalle forze genericamente collocate nel centro-destra. Il caso di Gaetano Quagliariello – fresco scissionista dell’Ncd, a sua volta nato da una costola di Forza Italia, la cui resurrezione ha comportato la frantumazione del PdL – è solo la punta dell’iceberg. Nell’area vasta che fu un tempo riunita sotto le insegne berlusconiane si agitano gruppi e gruppuscoli, ridotti in alcuni casi agli amici di un notabile – Fitto, Mauro, Verdini – destinati all’anonimato finché non prorompono in qualche assalto alla buona creanza. E se persino la Lega Nord, che la leggenda dipingeva graniticamente allineata dietro a Bossi, ha sperimentato la rottura fra Salvini e Tosi, è difficile stabilire con precisione numero e identità delle sigle scaturite dalla diaspora postfascista che ora bramano una ricomposizione.

L’esistenza di un arcipelago così frastagliato è imputabile ad almeno due fattori. Il primo rimanda al vizio originario della legislatura in corso, che molti – anche a sinistra – fingono di ignorare. Le elezioni del 2013 hanno fotografato un paese senza maggioranza politica: per quanto alla Camera essa sia stata prodotta artificialmente dalla legge elettorale, al Senato i numeri sono impietosi. La tormentata (ma inevitabile, alla luce della condotta del M5S) collaborazione fra sinistra e destra ha innescato dinamiche disgregatrici in entrambi i campi, ma tutto sommato più marcate nel secondo. Anche perché si sono intrecciate con l’altro elemento gravido di ricadute sistemiche, ossia il declino di Berlusconi e della sua riconosciuta capacità di coagulare visioni e interessi eterogenei.

Quest’ultimo appare il vero nodo della questione. Le forze politiche e sociali che per un ventennio hanno investito nel progetto berlusconiano, mosse dalle più diverse ragioni, presentano in realtà orientamenti ideali divergenti. Sarebbe eccessivo ridurre l’analisi al mondo delle idee: è presumibile che i continui riposizionamenti nell’ex centro-destra dipendano anche dal grado di soddisfazione delle ambizioni personali, dalla distribuzione degli incarichi governativi e parlamentari, dalle promesse sulle future liste e candidature. Né sarebbe conveniente scommettere sulla propensione culturale del ceto politico nel suo complesso. Per capirci: Giovanni Spadolini – il precoce dodicenne che, secondo i pettegolezzi del “giglio magico” ante litteram frequentato da Indro Montanelli e Giovanni Sartori, avrebbe esordito in un tema scolastico con l’incipit: “Noi dissentiamo da Benedetto Croce…” – apparteneva a un’altra epoca.

Formulate tutte le cautele del caso, occorre comunque prendere atto che il centro-destra italiano affonda le proprie radici in tradizioni molteplici, nessuna delle quali realmente egemonica, e dalla convivenza problematica. È sufficiente ripensare al quadrante dell’arco costituzionale della prima Repubblica in cui operavano Dc, Pli e Msi. Aggiungendo, poi, che le loro stesse culture politiche hanno subito trasformazioni non trascurabili negli ultimi decenni: al cattolicesimo moderato si è affiancato l’assolutismo etico dei valori non negoziabili, oltranzista nei contenuti e aggressivo nei modi; il liberalismo di ascendenza risorgimentale, incline a conciliare le libertà individuali con il sentimento nazionale e la devozione verso le istituzioni, ha lasciato sempre più spazio a estremismi neo-liberali, talvolta volgari imitazioni della riflessione politico-economica anglosassone; l’operazione cosmetica intrapresa dai postmissini, tuttora incompiuta, ha ammiccato alternativamente al modello gollista-repubblicano, al conservatorismo americano, a comunitarismi sparsi. A complicare il quadro, già di suo ingarbugliato, è la mutazione genetica del leghismo da movimento territoriale collettore di istanze autonomiste – seppure condite da ingredienti populistici – a ideologia sovranista, antieuropea, non insensibile alle sirene provenienti dalla destra radicaleggiante.

Per questi motivi, è improbabile che possa far presa e consolidarsi, a breve termine, un grande partito di centro-destra, al di là dei numerosi proclami sull’intenzione di costituire la filiale italiana del PPE. Il che richiederebbe peraltro di aderire una volta per tutte ad alcuni capisaldi – l’appartenenza all’Ue e alla NATO, il rispetto per lo Stato di diritto e la divisione dei poteri, la formazione di un giudizio maturo e storicamente consapevole sui totalitarismi novecenteschi, una concezione fondamentalmente laica della società e della politica – che sono patrimonio condiviso delle maggiori democrazie europee e restano, invece, sconosciuti ad alcune frange della destra italiana.

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