Ciao Ginein
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Gianni Malfettani - redazione@ilnovese.info  
31 Ottobre 2015
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Ciao Ginein

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Gianni Malfettani che ricorda con affetto Luigi Fara, scomparso nei giorni scorsi dopo aver affrontato una lunga malattia. "Un uomo buono, stimato, corretto e serio", scrive Malfettani

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Gianni Malfettani che ricorda con affetto Luigi Fara, scomparso nei giorni scorsi dopo aver affrontato una lunga malattia. "Un uomo buono, stimato, corretto e serio", scrive Malfettani

NOVI LIGURE – Nei giorni scorsi, dopo lunga malattia, è mancato all’affetto dei suoi cari Luigi Fara, di settant’anni. Un uomo buono, stimato, corretto e serio. Aveva cominciato a lavorare giovanissimo come apprendista e poi era stato assunto dal Delta di Serravalle, dove è stato occupato fino alla pensione. I ricordi comuni sono tanti: all’inizio degli anni Cinquanta, la seconda guerra mondiale è finita da pochi anni. Io e Gein, quasi coetanei (ci separavano meno di due anni) siamo fra quei bambini di Porta Valle che si aggirano e giocano nelle vie del quartiere, dove ci sono ancora le macerie del tragico bombardamento del 6 aprile 1945 che colpì via Marconi. Li vicino, in fondo a via Cavanna, c’è l’oratorio di San Nicolò, il San Luigi che era aperto dalle 15 alle 19 per l’attività parrocchiale. Ma, alla domenica, tutti di corsa, per andare all’oratorio. Calciobalilla, giostre, ping pong, figurine, corse. E per i più posati, dama o scacchi. I frequentatori non erano tutti dell’azione cattolica, molti, fra cui noi, accorrevano solo per divertirsi e avere a disposizione giochi e divertimento. Quelle mattinate festive passavano in un baleno. Dopo il pranzo a casa, alle 14 ancora tutti lì, e i giochi riprendevano. In primavera ed estate venivano organizzate gite a piedi o in bicicletta per esplorare i dintorni di Novi, mentre nei mesi autunnali e invernali, sia al pomeriggio che alla sera, era in funzione un proiettore cinematografico nel salone: comiche, film storici, far west. Le pellicole erano un po’ consumate e spesso e volentieri si strappavano fra le vivaci proteste del pubblico. Nel salone era allestito un fornitissimo angolo bar. Poi, all’inizio degli anni ‘60, io e Luigi ci spostiamo di poco, in via Girardengo, da San Nicolò alla Fgci, che ha la sede e il circolo ricreativo di fronte, sopra il cinema Iris, dove ci integriamo subito con quei giovani il cui segretario è Giuseppe De Carli e fra i suoi dirigenti ci sono i compianti Gianni Bellasera, Oreste Soro, Franco Fara, Bruno Cazzulo. In quel tempo c’era un orgoglio di essere di parte, nel nostro caso comunisti, di donne, uomini, giovani e anziani, operai e artigiani, credenti e miscredenti, novesi di nascita e di adozione, insomma della grande tribù rossa che formava il Pci novese. Composita e aperta nella sua natura e provenienza, era formata da genti del nord, del centro, del sud e delle isole d’Italia, aveva un nucleo locale forte nato dalla resistenza antifascista. Quella tribù rossa che veniva “da lontano” fu un luogo in cui intere generazioni hanno pensato, elaborato, magari sbagliato ma vissuto la politica, hanno discusso di cultura, di arte e di teatro, praticato lo sport, ascoltato tutti i generi di musica e hanno anche, con allegria, ballato per decenni. Noi credevamo con forza incrollabile nelle nostre idee, volevamo una Novi migliore, un’Italia migliore. Ma non c’è stata solo l’attività politica, Ginein non disdegnava i lavori più umili alle feste dell’Unità (fino a che la salute glielo ha consentito), ma anche lo sport, il calcio nella fattispecie, infatti gioca nella Comollo (di cui il papà è stato uno dei fondatori), al mitico campo della collinetta. Poi, purtroppo, per alcuni anni, l’Uisp non riesce più a organizzare i campionati provinciali. La Comollo disputa i campionati giovanili della Figc e, a fronte di questa situazione, Luigi viene richiesto dall’Audax Tortona, dove gioca alcuni anni con profitto nei campionati dilettantistici lombardi. Negli ultimi anni, per vari motivi, ci si vedeva meno, ma c’era un’occasione a cui nessuno dei due avrebbe mai mancato, se non per gravi motivi: quello dell’appuntamento a fine agosto a Pertuso, per ricordare i partigiani caduti in quella battaglia. Avevo paura di non poterci essere il 29 agosto per problemi di salute, ma riuscii comunque ad andarci, ma non vidi Ginein che, evidentemente stava molto peggio di me. Questo mi colpì e mi intristì molto.
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