L’Europa e gli immigrati: integrazione fallita?
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Ahmed Osman  
18 Dicembre 2015
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L’Europa e gli immigrati: integrazione fallita?

A mio parere la parola "Integrazione" , termine che a me non piace usare ma che facilmente si comprende, non è più la parola adatta per misurare il livello di inserimento degli immigrati nel tessuto sociale perché sottointende sempre che c'è una situazione dominante in cui deve essere inserito un sottoposto.

A mio parere la parola "Integrazione" , termine che a me non piace usare ma che facilmente si comprende, non è più la parola adatta per misurare il livello di inserimento degli immigrati nel tessuto sociale perché sottointende sempre che c'è una situazione dominante in cui deve essere inserito un sottoposto.

OPINIONI – Ma dopo i fatti di Parigi, di quale integrazione parliamo?  Dopo qualche settimana di distanza dai tragici episodi di Parigi é arrivato il momento di discutere anche di politiche di integrazione in Europa. A seguito di atti così violenti e drammatici che coinvolgono tanti giovani di seconda generazione o comunque figli di immigrati considerati ben integrati occorre fare un bilancio.

Salah, il giovane terrorista piú ricercato in tutta Europa, frequentava i locali più alla moda come i suoi coetanei belga e francesi, era cittadino europeo e chi lo conosceva lo descrive come un ragazzo gentile e ben integrato.

A mio parere la parola “Integrazione” , termine che a me non piace usare ma che facilmente si comprende, non è più la parola adatta per misurare il livello di inserimento degli immigrati nel tessuto sociale. L’integrazione sottointende sempre che c’è una situazione dominante in cui deve essere inserito un sottoposto. 

In Europa sono stati adottati tre diversi modelli di integrazione, identificabili nel modello francese, inglese e tedesco. In Francia la società ha cercato di integrare l’immigrato imponendo l’abbandono della propria identità di origine per farlo diventare un “buon cittadino francese”. Lo Stato centralizzato non riconosce al proprio interno minoranze e gruppi etnici locali. Il modello dell’assimilazionismo etnocentrico si ritrova infatti giá nel vecchio sistema adottato nelle colonie. Il fallimento di questa politica é reso oggi ancor piú evidente dalle rivendicazioni culturali e religiose di stranieri che tendono a formare comunità etniche in contrasto con la politica dominante.

In Inghilterra invece l’ etnocentrismo (multiculturalismo) è fondato sulla convinzione che gli immigrati non potranno mai diventare dei “buoni inglesi”. Gli immigrati sono accettati con le loro comunità a cui sono stati riconosciuti diritti e privilegi (immigrati del Commonwealth). In questo modo la società rimane frammentata e divisa, impedendo di fatto una vera identificazione dei giovani come inglesi.

Il modello tedesco, anch’esso fallimentare, é centrato invece sulla precarietà istituzionalizzata, in quanto la permanenza dell’immigrato in Germania é strettamente legata al lavoro (gastarbeiter). In questo modo si previene la radicalizzazione attraverso la temporaneità della presenza sul suolo tedesco. La recente apertura ai profughi siriani é un chiaro esempio di questa politica. 

Una possibilità per l’Europa potrebbe essere una politica per l’integrazione basata sul modello interculturale. Mentre il multiculturalismo prevede l’esistenza di culture diverse che convivono di fatto in un certo contesto, l’interculturalismo prevede un rapporto e una compenetrazione tra le culture. Si tratta di una politica di scambio e di incontro. Prevede il riconoscimento individuale in una cultura di origine ma allo stesso tempo la propria cultura é vista solo come una possibilità tra le altre. Tra le diverse culture non esiste ordine gerarchico e nessuna di esse può essere giudicata a partire da un’altra. In quest’ottica la scuola gioca un ruolo fondamentale nell’educazione alla differenza e al confronto. Questo modello é sicuramente auspicabile, e io ne sono convinto sostenitore, ma fortemente messo alla prova dal razzismo e la xenofobia dilaganti nelle società attuali.

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