A lezione di francese
Il populismo è un fenomeno con cui lEuropa convive da tempo. Ma quel che colpisce è la dimensione percentuale del suo consenso, enfatizzata da un elevato tasso di astensionismo.
Il populismo è un fenomeno con cui l?Europa convive da tempo. Ma quel che colpisce è la dimensione percentuale del suo consenso, enfatizzata da un elevato tasso di astensionismo.

Di per sé, il populismo è un fenomeno con cui l’Europa – specialmente quella centro-orientale sfuggita alla morsa sovietica – convive da tempo. Quel che colpisce, piuttosto, è la dimensione percentuale del suo consenso, evidentemente enfatizzata da un elevato tasso di astensionismo, ma non per questo meno rilevante. Né va trascurata l’intima pluralità dei movimenti populisti europei, fra i quali possono essere a buon diritto annoverati tanto i frutti maturi dell’estrema destra novecentesca, a partire dal Front National, quanto gli attori di nuova generazione, come il M5S, che per molti versi sono ancora da decifrare, ma per altri si appropriano del modus operandi populista.
La prima lezione impartita dalle elezioni francesi, dunque, è che il nazional-populismo esercita una presa persistente sull’opinione pubblica. Urge una riflessione sulle ragioni di tale successo, troppo sbrigativamente individuate nelle inquietudini suscitate dalla nuova ondata jihadista o dalla crisi migratoria. E più realisticamente collegate alla lunga crisi economica di questi anni, da cui l’Europa si sta riprendendo con ritardo e incertezza. Ma ancor più probabilmente risalenti alle dinamiche globali di trasformazione degli equilibri politici, economici e finanziari, con evidenti ricadute sulle società di un continente – la vecchia Europa – destinato a perdere la propria centralità.
Il processo ha una scansione secolare, se è vero che già all’inizio del Novecento si osservava il declino dell’eurocentrismo a favore di un’effettiva politica mondiale (la Weltpolitik, per usare una categoria cara alla cultura tedesca). E tuttavia l’accelerazione inesorabilmente impressa dalla globalizzazione a cavallo del millennio rende sempre più brusco un salto di scala di cui fanno le spese soprattutto i soggetti e i ceti più deboli, privi delle risorse per fronteggiarlo. A fornirle, se è valida l’analisi sommariamente richiamata, non può certo essere il ritorno all’epoca mitica delle piccole patrie, in cui si rifugiano orgogliosamente Marine Le Pen e i suoi sodali; ma anzi, in prima battuta, lo sviluppo dell’Ue in senso pienamente politico, attraverso l’acquisizione dei poteri indispensabili per cercare di rispondere alle sfide globali e, in parallelo, della legittimazione democratica per utilizzarli nelle forme più coerenti con la volontà dei cittadini. E, laddove ciò non bastasse, una riforma delle Nazioni Unite che, prendendo di petto le loro palesi disfunzioni interne, ne rendesse più efficiente, democratica e trasparente l’attività.
In attesa che si compia la beata speranza di governare il mare di contraddizioni su cui i nazional-populisti veleggiano, non guasta un ragionamento, più prosaico e contingente, sul miglior modo di contenerne l’impeto. Ossia, di limitare i danni. La seconda lezione di francese si rivolge quindi ai cultori dell’ingegneria istituzionale, evidenziando i pregi dei sistemi elettorali a doppio turno. È possibile che votare stanchi. Ma non va disprezzata l’opportunità che essi offrono, con il primo voto, di tracciare una panoramica degli effettivi rapporti di forza fra le liste, determinati da elettori che si esprimono sulla base delle proprie affinità ideali. La componente maggioritaria introdotta dal secondo turno, invece, consente ai partiti e ai cittadini di agire strategicamente, agevolando la vittoria dell’opzione preferita, o, in subordine, di quella meno distante da essa, ma con maggiori probabilità di riuscita.
Non c’è nulla di scandaloso nel constatare che si tratta di un modello penalizzante per i candidati estremisti e anti-sistema, a patto che le altre liste diano prova di un “esprit républicain” paragonabile a quello francese. Il che – per venire, in conclusione, al caso italiano che tanto ci assilla – è quanto meno dubbio. Anche perché le venature nazional-populistiche sono talmente diffuse, che sarebbe complicato costruire un fronte capace di arginarle tutte. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare.