Partiti e libertà di coscienza
La fine della politica ideologica si riverbera nella palese difficoltà dei partiti nel trovare posizioni largamente condivise rispetto a quasi tutti gli altri provvedimenti in esame
La fine della politica ideologica si riverbera nella palese difficoltà dei partiti nel trovare posizioni largamente condivise rispetto a quasi tutti gli altri provvedimenti in esame
OPINIONI – C’era un tempo – forse più mitico che reale – in cui i partiti politici si richiamavano ideologie forti e strutturate, in grado di suggerire ai loro esponenti e militanti una linea di condotta per ciascun campo della vita associata. Riservandosi, in via del tutto eccezionale, di fare appello alla libertà di coscienza degli individui per alcune limitate questioni di particolare sensibilità etico-morale.Ammesso che sia veramente esistita, quell’epoca è ampiamente esaurita. E ad attestarlo non è tanto il lacerante dibattito sul progetto di legge relativo alle unioni civili che sta occupando da qualche settimana opinione pubblica e istituzioni italiane, ma che rientra a buon diritto nell’ambito delle materie destinate a interpellare le coscienze dei singoli prima ancora che a dettare i programmi elettorali. La fine della politica ideologica si riverbera, piuttosto, nella palese difficoltà dei partiti nel trovare posizioni largamente condivise rispetto a quasi tutti gli altri provvedimenti in esame.
Se una quota di dissenso interno è fisiologica, anche per effetto di intestine lotte di potere non facilmente ricomponibili, i partiti contemporanei – specialmente quelli che non si adagiano nel settarismo e si prodigano per intercettare un consenso di massa – scontano la propria eterogeneità. E non sembrano nelle condizioni di enucleare culture politiche che i politologi definirebbero “vincolate”: le convergenze visibili in relazione a una certa materia si trasformano in divergenze non appena si passa alla discussione successiva. Con il declino delle ideologie onnicomprensive, infatti, è venuta meno la pressione a individuare una piattaforma programmatica rigida e internamente coerente. La prassi politica pragmatica e disincantata dei nostri giorni considera del tutto indipendenti l’indirizzo economico-finanziario e i rapporti fra Stato e Chiesa, la politica internazionale e quella scolastica, il sistema previdenziale e l’amministrazione dei beni culturali.
Questa tendenza è, in fondo, lo specchio in cui si riflette una società frammentata, se non pulviscolare, in linea con l’ormai trita metafora della postmodernità liquida; una società che ha smarrito le solide certezze novecentesche, ma ha contemporaneamente riscoperto e cercato di valorizzare la pluralità degli interessi, la varietà delle idee, la distinzione fra le sfere di vita dei cittadini. Accolte e apprezzate le quali, peraltro, si prova un senso di soffocamento al solo immaginare di ricostruire, pezzo dopo pezzo, le pesanti impalcature ideologiche in cui – almeno nelle intenzioni – tout se tient. Né paiono sussistere le premesse per lanciarsi in tale impresa.
È dunque presumibile che nel prossimo futuro i partiti italiani ed europei debbano confrontarsi con questo pluralismo politico e sociale, a un tempo fecondo e destabilizzante. Per venirne a capo, essi dovranno acconciarsi alla prospettiva di mediare fra istanze e opinioni differenti, definendo di volta in volta, materia per materia, i migliori compromessi possibili, a costo di deludere qualche palato fine. Se, viceversa, l’intransigenza prevalesse sistematicamente sulla flessibilità negoziale, al punto da impedire qualsiasi mediazione, non resterebbe che trasformare il principio eccezionale della libertà di coscienza in regola di funzionamento ordinario dell’attività deliberativa. E sancire così non il superamento del Novecento, ma il ritorno all’Ottocento, dichiarando superflui i partiti e i movimenti organizzati, sacrificati sull’altare di un particolarismo sfrenato e prevedibilmente improduttivo.