L’affaire Leicester
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L’affaire Leicester

Il personaggio che incarna al meglio questa incredibile parabola è l’attaccante Jamie Vardy, confinato fra i dilettanti fino a 25 anni e diventato, sull’onda degli oltre 20 gol realizzati quest’anno, un punto fermo della nazionale inglese

Il personaggio che incarna al meglio questa incredibile parabola è l?attaccante Jamie Vardy, confinato fra i dilettanti fino a 25 anni e diventato, sull?onda degli oltre 20 gol realizzati quest?anno, un punto fermo della nazionale inglese

OPINIONI – Chi ha seguito la cavalcata dell’Alessandria in Coppa Italia, culminata nell’indimenticabile semifinale persa contro il Milan, sa che lo sport può riservare sorprese che vanno al di là di ogni immaginazione. Rientra senza dubbio in questo filone il caso del Leicester City, attuale capolista del campionato inglese. Nessuno avrebbe immaginato che un club tanto anonimo – rassegnato per decenni a traslocare tra prima e seconda divisione, retrocesso addirittura in terza serie nel 2007/08 e riaffacciatosi in Premier League solo l’anno scorso – potesse surclassare, senza particolari investimenti economici, tutte le società ricche e blasonate che si sono spartite gli ultimi campionati.

Il personaggio che incarna al meglio questa incredibile parabola è l’attaccante Jamie Vardy, confinato fra i dilettanti fino a 25 anni e diventato, sull’onda degli oltre 20 gol realizzati quest’anno, un punto fermo della nazionale inglese. Agli amanti della Premier League le circostanze possono suggerire un’analogia con Alan Shearer, principale artefice del titolo vinto dal Blackburn nel 1995. Ma, al di là delle diverse carriere dei due centravanti, il livello complessivo del calcio britannico dei primi anni Novanta, appena tornato all’onor del mondo dopo la tragedia dell’Heysel e la pesante penalizzazione che ne seguì, era decisamente inferiore a quello attuale. Nel quale si confrontano club dotati di risorse finanziarie apparentemente inesauribili, benché non sempre utilizzate nel modo più razionale; e di rose costruite con l’ambizione – spesso frustrata – di competere alla pari con le principali squadre europee.

In questo scenario, una volta sgombrato il campo dall’intervento divino e dalla stregoneria, l’eventuale trionfo del Leicester appare inspiegabile. E più sconvolgente di quanto sia stato il Verona campione d’Italia nel 1985. Il termine di paragone più convincente è probabilmente la vittoria della Grecia agli Europei del 2004 (lo stesso anno in cui la finale di Champions League fu, imprevedibilmente, Porto-Monaco). Il parallelismo regge anche dal punto di vista dello stile di gioco: il mix di agonismo, concentrazione, compattezza difensiva, velocità e contropiede mostrato dagli uomini di Claudio Ranieri è in fondo un’interpretazione più moderna, e supportata da un superiore tasso tecnico, del catenaccione ancien régime che fece la fortuna dei mediocri calciatori allenati da Otto Rehhagel. E tuttavia: il successo greco arrivò al termine di percorso fulmineo e irripetibile, frutto di sei partite disputate nell’arco di tre settimane, durante le quali meriti, casualità e fortuna si mescolarono inestricabilmente. Il primato del Leicester, al contrario, si è affermato e confermato nei mesi, attraverso il tour de force e le molte insidie che caratterizzano la massacrante stagione calcistica inglese.

Ma proprio quest’impressione di solidità non deve trarre in inganno. Non serve ricordare quanto sta accadendo al ben più attrezzato Barcellona per avvertire che il vantaggio sugli inseguitori – nel momento in cui scriviamo è di 8 punti sul Tottenham, ma i londinesi hanno una gara in meno – può essere dissipato rapidamente. A maggior ragione se, come accade al Leicester, ogni partita si gioca sul filo dell’equilibrio. Un leggero calo atletico, una giornata storta, un arbitraggio naif come quello che domenica ha determinato il 2-2 con il West Ham sono sufficienti per compromettere un’impresa che sembra a portata di mano. E compiacere i demoni di Ranieri, l’allenatore esperto e signorile cui il fato ha solitamente assegnato il ruolo dell’outsider, illudendolo talvolta di poter ribaltare i pronostici e condannandolo tuttavia a crollare in vista del traguardo; assicurandogli ottimi piazzamenti, ma inchiodandolo finora – come gli ha rinfacciato più volte un impertinente collega – ai suoi zero tituli.

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