Lavoro, è una parola…
La Festa del Lavoro, celebrata con i tradizionali ingredienti di orgogliosa rivendicazione, è stata silenziosamente presidiata, come ormai da qualche anno, da una sottile sensazione di disagio spalmata sulloggetto stesso della manifestazione
La Festa del Lavoro, celebrata con i tradizionali ingredienti di orgogliosa rivendicazione, è stata silenziosamente presidiata, come ormai da qualche anno, da una sottile sensazione di disagio spalmata sull?oggetto stesso della manifestazione

Del resto, se la società sta diventando “liquida”, secondo la fortunata immagine baumanniana, è alquanto probabile che molti fenomeni sociali ad essa collegati – lavoro tra i primi – stiano incontrando analoga e pur controversa sorte: indeterminazione concettuale e mutevolezza dei contenuti. In un contesto – europeo ma non solo – in cui la realtà cambia inavvertitamente e il cambiamento si percepisce per lo più a cose fatte.
Una consimile “sorpresa” sembra pararsi di fronte al lavoro, così come conosciuto e introiettato nell’ultimo mezzo secolo, non appena si attenuino i clamori e si calmino gli entusiasmi attorno all’ultima edizione della globalizzazione economica. Un fenomeno (un gioco) che si proclamava a somma indefinitamente positiva, per tutti i partecipanti, e che si rivela ben più controverso e accidentato per più di un “giocatore” allorché traspare, e vincente, la fisica dei vasi comunicanti nella famosa “divisione internazionale del lavoro”. E logiche e contenuti socio-economici tendono a livellarsi, esplicitamente o surrettiziamente, senza tropo riguardo alle vecchie frontiere geo-politiche.
Tutto questo per dire che mentre il lessico corrente, politico e gestionale, conserva al lavoro – jobs act permettendo – contenuti (o risonanze) tradizionali e consolidati (ad esempio in zona contrattuale), una serie di “slittamenti” reali alla base tecnologica della produzione (beni e servizi), così come dell’assetto complessivo dell’edificio sociale, introduce in pari tempo scenari di crisi occupazionale permanente da togliere il sonno a chi è ancora propenso a credere che il technological change porti seco anche gli antidoti contro il parossismo della società cibernetica.
E’ lecito domandarsi, a questo punto, quanti cittadini, quanti lavoratori (in atto o in potenza) sono consapevoli di questo doppio registro – attuale e prospettico – che sottende la discussione sul lavoro. Comprendendo anche il solo coinvolgimento intuitivo, si direbbe molti, moltissimi. Non si spiegherebbe, tra l’altro, come mai, con un’economia ferma (o movimentata sur place) e fermi i livelli retributivi, la classe media nostrana abbia ricominciato, dopo qualche incertezza, a risparmiare, nella versione/motivazione prevalente del “proteggersi dal futuro”, restando freddina con le sirene dei consumi salva-economia.
In altri termini, il libro di J. Rifkin “The end of work” , di vent’anni fa, famoso ma non proprio popolare, ha continuato a ricevere dalle cronache più riscontri che smentite. Il lavoro – e così pure la sua controfigura sindacale – sono stati infatti “presi in mezzo” dalla finanzarizzazzione dell’economia e dall’ulteriore sviluppo di tecnologie sostitutive del lavoro (labour saving), trovandosi a fare i conti, sempre più difficili, con la deriva incontrollabile della crescita senza occupazione (jobless growth).
Il Primo Maggio è passato, e anche il cinque (Ei fu), ma l’arrovellamento delle parti in campo continua. Sotto il cielo, ahimè, di una politica esagitata e concentrata sui tempi brevi. Tra gli ausili più recenti per orientarsi, si possono segnalare un libro e un articolo. Il volume “Lavoro”, di Stefano Massini, per le Edizioni del Mulino: un inatteso drammaturgo per un tema ben indiziato di drammaticità. Lo ha presentato “Repubblica” (29.4 – “Ascesa e caduta: la parola lavoro non va più in paradiso”) con l’autore che precisa: “oggi il lavoro ha finito da tempo di essere un luogo di aspettative o di conferme, caricandosi di tutte le possibili inquietudini di una suprema incognita”. L’articolo: “Lavoro ed evoluzione tecnologica”, di Carlo Carboni, docente all’Università di Ancona, ne “Il Mulino” 2/2016 (pp. 346-54). Con linguaggio trattenuto, come si conviene ad un accademico, l’autore si misura con un progresso tecnologico (“che già oggi costituisce un acceleratore della disuguaglianza”) nei confronti del quale “occorrerà prepararsi a questo futuro nel quale un enorme quantità di lavoratori diverrà superflua”. Non male come aperitivo.