Il buon pastore
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Il buon pastore

C’è cascato un’altra volta? Difficile concordare con questa vulgata, ormai ai limiti del grottesco, che vede papa Bergoglio, a seconda dei casi, come uno scaltrissimo pontefice in grado di smascherare (cosa che peraltro, meritoriamente, sta facendo) i troppi marpioni che affollano la sua Chiesa, oppure come un ingenuo che “parlando come mangia”, finisce involontariamente per essere frainteso

C?è cascato un?altra volta? Difficile concordare con questa vulgata, ormai ai limiti del grottesco, che vede papa Bergoglio, a seconda dei casi, come uno scaltrissimo pontefice in grado di smascherare (cosa che peraltro, meritoriamente, sta facendo) i troppi marpioni che affollano la sua Chiesa, oppure come un ingenuo che ?parlando come mangia?, finisce involontariamente per essere frainteso

OPINIONI – C’è cascato un’altra volta? Difficile concordare con questa vulgata, ormai ai limiti del grottesco, che vede papa Bergoglio, a seconda dei casi, come uno scaltrissimo pontefice in grado di smascherare (cosa che peraltro, meritoriamente, sta facendo) i troppi marpioni che affollano la sua Chiesa, oppure come un ingenuo che “parlando come mangia”, finisce involontariamente per essere frainteso.
Nel suo recente discorso contro l’indifferenza verso il prossimo, infatti, il Papa poteva attingere da numerosi spunti per descrivere la futilità che, spesso, impedisce agli esseri umani di provare empatia verso i propri simili. Poteva per esempio parlare dei tanti che spendono fortune in abiti, automobili e vacanze, mentre ha preferito arroccarsi su un altro luogo comune: “Quelli che amano i cani e i gatti – ha precisato – ma non si accorgono dello stato di bisogno in cui versa il vicino di casa”.
La questione è annosa, a dire il vero, e neppure troppo originale, poiché da sempre i più importanti dottori della Chiesa hanno subordinato tutte le specie animali all’uomo, non riconoscendo loro alcun diritto. Più che all’uomo al maschio, si potrebbe azzardare, giacché sempre molti dei medesimi sapienti – e per molto secoli – hanno relegato in tale stato di subalternità anche la donna cui, vale la pena ricordarlo, si stentava persino a riconoscere che potesse avere un’anima.
Sia come sia, se a quella visone maschilista si è posto nel tempo (parziale) rimedio – l’hanno infine appurato: perfino le donne hanno l’anima – lo stesso non si può dire della supremazia antropocentrica che la Chiesa rivendica rispetto agli altri esseri viventi. A poco, infatti, sono valse finora le cosiddette “teologie degli animali” che sempre più studiosi delle Scritture propongono: ossia che la presunta messa a disposizione di tutte le specie animali nelle mani dell’uomo, vada intesa come l’impegno a custodire ciò che è più caro a Dio, e non come la facoltà concessa di farne quel che si crede.

Per la Chiesa gli animali (quelli da compagnia) restano di volta in volta orpelli oziosi intesi a divertire, e verso i quali provare al massimo affetto, non certo amore, oppure simboli liturgici da esibire, sdolcinati e devoti, sulle spalle a Pasqua e a Natale, prima di farli finire in casseruola. A nulla, evidentemente, per il Papa sembra valere il dato statistico secondo cui è molto più frequente, se non abituale, che chi si occupa di benessere animale sia altrettanto sensibile anche verso la sofferenza umana, ma non viceversa. Anzi: Bergoglio, a dirla tutta, nel suo parlare come mangia sembra essere invece rimasto ai tempi di “Contessa”, la fortunata canzone proletaria di Paolo Pietrangeli in cui si cantava appunto di una nobildonna, più sensibile alle paturnie del proprio barboncino, che non al sangue operaio versato lungo le scale.

Troppo recidivo, in tali sillogismi, per pensare a una semplice coincidenza con l’altra espressione a dir poco infelice, utilizzata sempre dall’ex primate argentino di origini astigiane, per esplicitare l’egoismo umano. In quel caso si riferiva a un altro chiodo fisso di santa romana madre Chiesa: le coppie che non fanno figli, perché «Preferiscono allevare cani e gatti» aveva sentenziato il Pontefice massimo. E se in questo suo ammonire, da un lato, a Bergoglio va riconosciuta un’obiettiva coerenza, qualche perplessità nasce invece sul nome che (si sperava non casualmente) si è imposto: “Francesco”. Proprio come il santo vegetariano di Assisi, che immaginando un unicum assoluto e paritetico tra tutti gli abitanti del Creato, non pago di rivolgersi agli uccelli, a Gubbio interloquiva proficuamente persino coi lupi. Di questi ultimi, sempre parlando come si mangia, in maniera affatto benevola si dice che perdano il pelo, ma non il vizio; un difetto, in questo caso dagli aspetti per certi versi compulsivi e monomaniacali, dal quale però non sembrerebbe esente neppure il Pastore.

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