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“Impariamo l’arabo e il corano, ma siamo nati tutti in Italia”
Sabato scorso siamo stati a fare visita al centro islamico di Serravalle in occasione della festa di fine anno per i bambini: qui imparano l'arabo e il corano. Per noi è importante non dimenticare la nostra cultura. E alla fine delle preghiere, si scambiano doni
Sabato scorso siamo stati a fare visita al centro islamico di Serravalle in occasione della festa di fine anno per i bambini: ?qui imparano l'arabo e il corano?. ?Per noi è importante non dimenticare la nostra cultura?. E alla fine delle preghiere, si scambiano doni
SERRAVALLE SCRIVIA – Studiano l’arabo e il corano, sono tutti nati in Italia, molti di loro sono anche cittadini italiani. Sono una cinquantina i bambini che hanno frequentato il centro islamico di Serravalle Scrivia e che hanno festeggiato, sabato scorso, la fine dell’anno di apprendimento. In via Berthoud ci sono venuti al sabato o alla domenica, per “non disimparare” le tradizioni delle loro terre d’origine. “Siamo tutti immigrati di seconda generazione – racconta Hajaar Bailoul, una studentessa di liceo tra le più attive del centro islamico di Serravalle – In casa non si ha tempo di insegnare ai piccoli la lingua araba e il corano. Così ci ritroviamo qui il sabato e alla domenica, per la preghiera e i fondamenti della lingua”.
Il piano terreno della centro, a fianco del Municipio, in via Berthoud, è adibito a scuola. Due le insegnati volontarie che si alternano e tengono bambini da 2 fino ai 13 anni. Bimbi e bimbe vengono tenuti prevalentemente separati, anche se non mancano momenti di contatto. “Preferiamo così”, dice Hajaar.
Lei porta il tipico velo, “ma è una mia scelta, non me lo impone nessuno, per noi è una questione di identità, non un obbligo”. Le bambine iniziano ad indossarlo prima dello sviluppo, per “preservare simbolicamente la purezza”.
Per la festa di chiusura del corso ci hanno invitato a condividere qualche momento insieme. I piccoli hanno recitato preghiere e intonato canzoni, a coppie di due, un maschietto ed una femminuccia. Al termine dell’esibizione veniva consegnato loro un piccolo dono, un velo per le bambine, una macchinina, una lavagnetta o una pistola in plastica per i bambini.
Poi merenda, tutti insieme.
La maggior parte sono di nazionalità marocchina, poi tunisini ed egiziani. “E’ per noi come il vostro catechismo”, spiegano le mamme. In più si impara la lingua araba. Anche se, tra loro, i bambini parlano ormai italiano. E spesso anche tra genitori e figli. “Chi lavora – ribadisce Hajaar – non ha tempo di insegnare l’arabo ai figli. Si arriva stanchi la sera”.
Al termine di ogni preghiera o canzone Hajaar pronuncia la frase di rito, “Allah è grande, Aallah è pace”, più o meno. I bimbi applaudono, il regalo però interessa forse di più. Sono bambini, qualunque sia la lingua che parlano e la religione che professano.
