Se telefonando (Le ragioni del cuore – IV puntata)
Scelgo come titolo per la quarta puntata quello di una famosa canzone di Mina, lo scelgo perché la storia che sto raccontando, nata come tante attraverso un social network, è esattamente nel momento in cui per la prima volta squilla il cellulare di lei, che si trasforma in qualcosa daltro da ciò che Marcello aveva in mente
Scelgo come titolo per la quarta puntata quello di una famosa canzone di Mina, lo scelgo perché la storia che sto raccontando, nata come tante attraverso un social network, è esattamente nel momento in cui per la prima volta squilla il cellulare di lei, che si trasforma in qualcosa d?altro da ciò che Marcello aveva in mente
OPINIONI – Scelgo come titolo per la quarta puntata quello di una famosa canzone di Mina, lo scelgo perché la storia che sto raccontando, nata come tante attraverso un social network, è esattamente nel momento in cui per la prima volta squilla il cellulare di lei, che si trasforma in qualcosa d’altro da ciò che Marcello aveva in mente. In fondo, lo sceglie lui stesso quando “mi ritrovo a pensare all’ascoltarsi e al ritmo delle parole che a volte culla, rincuora, altre fa riflettere”: lunghe ore trascorse al telefono, quasi sempre di notte, “quando il giorno passato è già storia, ma ancora ci disturba e la promessa del giorno nuovo si avvicina con le sue speranze”. Questo è Marcello e le canzoni sono la sua arma segreta, quel modo tutto suo per parlare con lei. Per coinvolgerla, incuriosirla, al punto che, con il passare dei mesi, capita che in alcuni momenti critici, soprattutto sul lavoro, Andrea, questo il suo nome, gli mandi un messaggio semplicemente con scritto: “ho bisogno di una canzone”. E ogni volta Marcello, senza bisogno di chiedere nulla, segue il suo istinto e invia un link di youtube e si resta come sospesi in uno spazio privato che appartiene solo a loro.
Ritrovo una descrizione calzante di questo spazio in un libro della scrittrice russa Berberova: lo chiama no man’s land, uno spazio in cui saremmo totalmente padroni di noi stessi, una sorta di esistenza parallela a quella visibile a tutti, che appartiene solo a noi e di cui nessuno sa nulla. Pensandoci, in effetti questo risponderebbe perfettamente a quel bisogno naturale dell’uomo di sfuggire ogni tanto a qualsiasi controllo, di vivere nella libertà di questo spazio-tempo segreto anche solo per un’ora al giorno o un giorno alla settimana, che sussiste, in quanto nascosto e sconosciuto agli altri, in armonia con il resto del tempo visibile, ma solo se esso non è negazione della “parte pubblica”. Infatti, è proprio nel momento in cui i rispettivi spazi, manifesto e segreto, anche solo si sfiorano, che iniziano i problemi, poichè regola imprescindibile è che i due spazi mai si debbano incontrare, pena il dissolversi di uno dei due, solitamente del no man’s land, che dal perdurare acritico dell’esistenza apparente trae la sua linfa vitale. Torneremo su questo tema perché centrale nella storia di Marcello e Andrea, ma per ora ci basti sapere che questi momenti divengono man mano per loro un valore aggiunto alla vita di tutti i giorni, con un loro significato unico: sono soddisfazione, necessità, abitudine, distrazione, sfida, riflessione, sono uno specchiarsi, un comprendersi, perdersi per poi cercarsi, sono un confronto, un rinforzo narcisistico, affetto, amore in alcuni momenti, attrazione, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare i binari sui quali scorre l’esistenza. Non stiamo parlando di qualcosa di non lecito o immorale, proviamo a non giudicare e a dare spazio al pensiero, se volete all’ipotesi, che se non potessimo godere della possibilità di questo spazio, potremmo scoprire un giorno di non esserci mai veramente incontrati con noi stessi. Non è così per tutti. Lo è per Andrea.
“Io dovevo arrivare fino al fuoco, il dopo poteva anche essere niente” (E. De Luca)