Brexit o Bremain?
Il 23 giugno sarà inevitabilmente ricordato come una data storica nel rapporto fra Gran Bretagna ed Europa. E non per gli sviluppi degli Europei di calcio. La vera posta in palio della prossima settimana è, invece, la permanenza della Gran Bretagna nellUnione europea, affidata a un referendum cui il paese si sta avvicinando tra comprensibili tensioni
Il 23 giugno sarà inevitabilmente ricordato come una data storica nel rapporto fra Gran Bretagna ed Europa. E non per gli sviluppi degli Europei di calcio. La vera posta in palio della prossima settimana è, invece, la permanenza della Gran Bretagna nell?Unione europea, affidata a un referendum cui il paese si sta avvicinando tra comprensibili tensioni
OPINIONI – Il 23 giugno sarà inevitabilmente ricordato come una data storica nel rapporto fra Gran Bretagna ed Europa. E non per gli sviluppi degli Europei di calcio, i quali peraltro – in virtù della partecipazione di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord – rinfocolano un rovello che ci accompagna dall’infanzia, e cioè la ricerca dell’oscura ragione per cui il cosiddetto Regno Unito partecipa alle manifestazioni calcistiche internazionali con quattro “nazionali”, compresa la Scozia, assente questa volta dalla fase finale ed espressione di una comunità che ha da poco votato contro la propria indipendenza. Un omaggio alla tradizione pallonara delle origini? O forse al mondo rugbistico, dove peraltro gli irlandesi – a dispetto di una divisione politico-religiosa dalle tonalità spesso drammatiche – giocano allegramente in una rappresentativa unitaria? In attesa di spiegazioni più convincenti, superiamo il disagio tifando per gli inglesi di Roy Hodgson, allenatore cosmopolita e indimenticabile spalla comica di Aldo, Giovanni e Giacomo prima che il trio raggiungesse l’apice del successo.La vera posta in palio della prossima settimana è, invece, la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea, affidata a un referendum cui il paese si sta avvicinando tra comprensibili tensioni e, con l’assassinio della deputata laburista Jo Cox, autentiche tragedie. I sondaggi delle ultime settimane rendono il pronostico alquanto incerto. Altrettanto aleatorio appare, al momento, il calcolo delle ricadute economico-finanziarie di un eventuale abbandono britannico.
Ci limiteremo, dunque, a qualche considerazione sugli effetti politici, cominciando con l’osservare che l’esito della consultazione influenzerà pesantemente il destino del premier David Cameron, artefice dell’ambizioso progetto di rinegoziare i termini dell’adesione all’Ue, ottenere su quella base la legittimazione popolare tramite il referendum e ridimensionare così l’antieuropeismo professato non solo dall’UKIP di Nigel Farage, ma anche da frange del partito conservatore. Se il piano dovesse fallire, il primo ministro ne risponderà prevedibilmente in prima persona. A Brexit compiuta, inoltre, potrebbero tornare d’attualità le istanze indipendentiste interne al Regno Unito, a partire da quelle scozzesi, con il rischio di frantumare d’incanto quella sovranità nazionale che molti sperano di vedere liberata dai vincoli europei.
Sul fronte Ue, che per ovvi motivi ci interessa di più, occorre tenersi pronti a gestire due scenari complessi. Difficilmente, infatti, l’opzione Bremain lascerà inalterato la status quo. Con la vittoria di Cameron trionferebbe la strategia di trattare con Bruxelles per ottenere condizioni privilegiate, aprendo un varco nel quale potrebbero tuffarsi i paesi convinti in linea di massima dell’utilità di restare nell’Unione, ma nel contempo ingolositi dalla prospettiva di sfuggire alle politiche più indigeste. È evidente che non tutti i governi hanno un peso negoziale comparabile a quello britannico, ma il desiderio di emularne l’azione condurrebbe verso un’Europa sempre più “à la carte”, priva di qualsiasi visione unificante e schiava di innumerevoli distinzioni e particolarismi.
Per converso, in caso di Brexit prenderebbe il via, con una tempistica da verificare, il percorso di separazione fra la Gran Bretagna e i partner, che – stando alle affermazioni dei vertici istituzionali europei, ma anche di ministri influenti come il tedesco Wolfgang Schäuble – non contemplerebbe agevolazioni o ripensamenti. L’Ue tornerebbe a reggersi su 27 Stati membri, con i doverosi adattamenti nella composizione e nel funzionamento di organismi e istituzioni. Anche in questo caso, com’è ovvio, la scelta britannica costituirebbe un precedente allettante per altri paesi inquieti che volessero seguirne la scia, dando ulteriore sostanza a un diritto di recesso dall’Unione che finora è stato puramente teorico. Non sarebbe quindi da escludere una tendenza disgregatrice dall’impatto più o meno significativo.
Resterebbe tuttavia da soppesare il nuovo equilibrio europeo prodotto dalla Brexit. L’addio del Regno Unito, infatti, indebolirebbe verosimilmente l’istanza intergovernativa, privandola del suo principale sostenitore. Il che non comporterebbe di per sé un decisivo rafforzamento di quella sovranazionale e federalizzante, che risulta ancora minoritaria anche perché supportata da attori privi di un piano d’azione convincente e condiviso. Ma non sarebbe da sottovalutare la scomparsa dalla scena del paese che, di fatto, ha costituito il principale ostacolo a ogni ventilato approfondimento dell’integrazione. Sgombrato il campo dall’alibi britannico, toccherebbe ai principali attori superstiti – a Germania e Francia, ma in un certo senso anche all’Italia – dimostrare di poter raccogliere la sfida di rilanciare un processo evidentemente logoro e sfibrato. E non lo si potrebbe fare, come abbiamo scritto a più riprese, senza ridurre le distanze obiettivamente esistenti nello storico asse franco-tedesco, il cui rinvigorimento sarebbe la migliore premessa per scoprire le reali intenzioni dei paesi che si dicono disponibili a una riforma delle istituzioni e alla ridefinizione, in senso progressivo, del progetto europeo. Chiedendosi, a quel punto, se sia opportuno procedere tutti insieme o decidere, nel modo più trasparente possibile, di istituire diversi livelli di integrazione, modulati sull’impegno concreto e sull’investimento emotivo che gli Stati sono realisticamente in grado di garantire.