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L’atteggiamento diffuso oggi è quello di togliere il dolore senza occuparsi delle cause. Si vendono più farmaci contro i sintomi che contro le malattie. Bisogna vivere sempre al massimo senza essere fastidiosamente avvertiti che abbiamo qualcosa che non va

L?atteggiamento diffuso oggi è quello di togliere il dolore senza occuparsi delle cause. Si vendono più farmaci contro i sintomi che contro le malattie. Bisogna vivere sempre al massimo senza essere fastidiosamente avvertiti che abbiamo qualcosa che non va

OPINIONE – Su La Stampa del 21 giugno è apparsa una breve intervista al filosofo australiano Peter Singer che ha partecipato all’anteprima della dodicesima edizione di Torino Spiritualità, che si terrà a settembre, ed ha successivamente presentato il suo ultimo libro, appena uscito in Italia, “La cosa migliore che puoi fare – cos’è l’altruismo efficace”. Il titolo dell’articolo recita “Soffrire è quasi sempre inutile”.

Pensando al dolore fisico, queste parole mi hanno lasciato piuttosto perplesso. Se non avessimo segnali di dolore la nostra vita durerebbe poche ore! Potremmo sbattere contro i mobili senza accorgercene, ci potremmo scottare con l’acqua bollente, tagliarci un dito assieme alla cipolla senza fare una piega e morire dissanguati. I segnali di dolore sono quasi sempre utili. E non solo al momento del trauma: se ho una vescica sotto un piede, senza dolore ci camminerei su tranquillamente peggiorando la situazione, la febbre mi segnala che ho un’infezione in corso e il mio sistema immunitario, il mio corpo stanno combattendo per vincere contro il virus, se non lo sapessi potrei avere comportamenti che peggiorano la situazione ed impediscono la guarigione.

Eppure l’atteggiamento diffuso oggi è quello di togliere il dolore senza occuparsi delle cause. Si vendono più farmaci contro i sintomi che contro le malattie: antipiretici, analgesici, ecc. Bisogna vivere sempre al massimo senza essere fastidiosamente avvertiti che abbiamo qualcosa che non va.
Con questo non voglio dire che non ci siano casi (purtroppo tanti) in cui il dolore persistente per una malattia inguaribile, non abbia più la funzione di utile avvertimento e diventi una sofferenza veramente inutile. La difficoltà che le cure palliative hanno trovato nel passato in Italia dimostra che era diffusa una certa “cultura del dolore” che fortunatamente va scomparendo.

Ma le risposte di Singer mi sono sembrate deludenti, almeno per un filosofo. Cito dall’articolo:
“Sono convinto che il dolore sia sempre negativo. Soffrire è una cosa brutta per chiunque, perché dovrei provarla?”
Domanda: Non pensa possa avere qualche utilità?
“È quasi sempre inutile. Con qualche eccezione: se vai dal dentista e ti tolgono un dente, la sofferenza è giustificata perché quando esci stai bene”.
Che profondità di ragionamento!

Poi il tema cambia.
Domanda: E in loro [i suoi studenti] cos’è cambiato?
“Il loro stile di vita. Ad esempio sono diventati vegetariani. So che un mondo di soli vegetariani sarebbe un’utopia, ma mi auguro che sempre più persone capiscano che la sofferenza di un animale è equivalente a quella di un essere umano. E che la nostra di per sé non vale di più della loro”.
La didascalia a fianco della sua foto aiuta a capire questo discorso: “Il motivo della grandezza di Singer risiede nell’aver formulato in ‘La liberazione animale’ del 1975 la teoria dell’antispecismo, secondo cui considerare il valore della propria specie in sé e per sé superiore a quello delle altre costituisce una forma di pregiudizio pari al razzismo”.
In sostanza Singer è da sempre un animalista convinto, fondatore del movimento che non ritiene giusto che l’uomo si nutra a costo della sofferenza di altri esseri senzienti (come lui chiama gli animali). E su questo possiamo essere benissimo d’accordo per ragioni sentimentali o ideali basate su filosofie o visioni del mondo anche diverse.

Ma ecco la risposta alla domanda successiva.
Domanda: Siamo troppo egoisti?
“L’egoismo è inevitabile, perché discendiamo dalle scimmie, che avevano l’obiettivo di riprodursi, cacciare e crescere i propri figli. Discendiamo da chi, proprio essendo stato egoista, è riuscito a sopravvivere. È la teoria dell’evoluzione della specie. Non credo infatti in nessun Dio, perché non posso pensare che abbia creato un mondo in cui esista tutta questa sofferenza”
Che logica, che sintesi filosofica!

La colpa è delle scimmie che devono riprodursi e crescere la prole, altrimenti noi ne avremmo fatto a meno! I leoni, le aquile, i coccodrilli e i pescecani che fanno? E le lumache che mi mangiano l’insalata cosa fanno di diverso? Per non parlare delle zanzare che ad Alessandria tormentano gli umani… Sono tutti afflitti da una “forma di pregiudizio pari al razzismo”?
Ma se questa è la legge dell’evoluzione, o forse anche semplicemente la legge di “natura”, e c’è soltanto questa, da dove nasce in Singer il sentimento di pietà verso gli animali da macello e su che basi fonda l’ideologia dell’antispecismo e del movimento per la liberazione degli animali?
Il nostro grande filosofo non si perita di spiegarlo e nemmeno mostra di porsi la domanda…

In compenso, però, ci tiene a precisare che non crede in nessun Dio, perché un dio che sia tale non potrebbe creare un mondo con tutta questa sofferenza.
Ora il problema del male e della giustizia di Dio (teodicea) è vecchio come il mondo e non mi pare che abbia trovato grandi soluzioni a livello filosofico.

Ma se la visione che abbiamo del mondo, e di noi stessi come parte di esso, è il semplice darwinismo della sopravvivenza del più adatto (cioè del più forte in senso generale) temo che non riusciremo ad uscire dall’egoismo inevitabile di cui parla Singer.
D’altra parte sentiamo il bisogno incontenibile di qualcosa di più, di una base su cui fondare una morale a cui aderire spontaneamente e che sia cogente per noi e i nostri simili.
Di questo tema ho già scritto nell’opinione del 1° aprile citando la posizione, per me sorprendente, dell’ateo dichiarato Flores D’Arcais.

Ma c’è ancora un aspetto dell’intervista a Singer che vale la pena di considerare ed è l’ultima domanda.

Domanda: Parla di sofferenza degli animali, però è favorevole all’aborto e all’infanticidio se il neonato è disabile?
“Sì. Se il futuro del neonato è fatto di sola sofferenza, è la cosa migliore che tu puoi fare, tornando al titolo del mio libro”.
Avete capito bene!
Il grande filosofo che è diventato vegetariano per non far soffrire gli animali e che pensa che non possa esistere un dio che crea un mondo così pieno di sofferenza ritiene che la cosa migliore da fare con un neonato il cui futuro sia “fatto di sola sofferenza” sia la soppressione!
Ma per chi è la cosa migliore?
E cosa vuol dire “sola sofferenza” in un mondo in cui esiste comunque “tutta questa sofferenza”?

Non faccio alcun altro commento, ma se volete vedere in cosa si può trasformare la sofferenza vi suggerisco di digitare su internet Nick Vujicic e scoprirete cosa può pensare, dire, fare, come può vivere, cosa può diventare un uomo nato senza braccia e senza gambe!

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