L’Europa alle Olimpiadi
A Rio Elisa Di Francisca, vinta la medaglia dargento e resi i dovuti onori allinno italiano, ha esibito orgogliosamente la bandiera dellUe, spiegando di voler rinnovare i sentimenti di unità e solidarietà fra gli europei di fronte alla recente escalation di attentati terroristici. Al gesto è seguito istantaneo dibattito sullopportunità di contaminare con allusioni europeistiche larena olimpica
A Rio Elisa Di Francisca, vinta la medaglia d?argento e resi i dovuti onori all?inno italiano, ha esibito orgogliosamente la bandiera dell?Ue, spiegando di voler rinnovare i sentimenti di unità e solidarietà fra gli europei di fronte alla recente escalation di attentati terroristici. Al gesto è seguito istantaneo dibattito sull?opportunità di contaminare con allusioni europeistiche l?arena olimpica
OPINIONI – L’eco dei successi della scherma italiana – scuola fiorente ormai da decenni – raggiunge anche chi segue distrattamente le discipline olimpiche, perché assorbito dall’urgenza di inseguire le oscure trame del calciomercato. E racconta che l’atleta marchigiana Elisa Di Francisca, vinta la medaglia d’argento e resi i dovuti onori all’inno italiano, ha esibito orgogliosamente la bandiera dell’Ue, spiegando di voler rinnovare i sentimenti di unità e solidarietà fra gli europei di fronte alla recente escalation di attentati terroristici.
Al gesto è seguito istantaneo dibattito sull’opportunità di contaminare con allusioni europeistiche l’arena olimpica, dominio riservato della retorica patriottica, ben lieta di celebrare le imprese dei connazionali a danno dei rivali. Per paventare l’interrogativo più inquietante: e se, di questo passo, alle Olimpiadi finisse per partecipare un’unica delegazione europea, dove il temibile idraulico polacco – alternando la redditizia professione con duri allenamenti – potrebbe soffiare il posto al nostro campione di nuoto? La prospettiva avrebbe i suoi lati stuzzicanti, immaginando una rappresentativa composta da calciatori tedeschi, francesi e spagnoli, affidata alle cure di un accorto allenatore italiano. O portoghese.
Ci sentiamo comunque di placare gli allarmismi, perché tale scenario stona evidentemente con l’attuale direzione di sviluppo dell’integrazione europea, decisamente regressiva. Ma è soprattutto al di fuori della natura e degli obiettivi originari di quel progetto. Che nacque quasi settant’anni fa con l’idea di inserire gli Stati nazionali reduci da due guerre mondiali – e, ancora prima, da secoli di scaramucce e conflitti regionali – in un quadro economico e istituzionale idoneo a favorire la cooperazione, la mutua assistenza e la pace fra di essi. Ed è proseguito, quanto meno dagli anni Ottanta, con il tentativo di far lievitare un’identità europea fondata sul patrimonio storico-ideale del continente e una cittadinanza ricca di nuovi e diversi diritti da affiancare a quelli riconosciuti a livello statale.
È superfluo ricordare le difficoltà, i ritardi e i fallimenti che hanno flagellato quell’ambizioso disegno. Il quale tuttavia non si è mai proposto di cancellare le identità nazionali dei popoli, più o meno antiche e rigogliose, per imporre un senso di appartenenza all’Ue fabbricato in laboratorio. Lungi dal porsi nell’ottica tipica dei giochi a somma zero, l’identità europea presuppone un tessuto plurale, nel quale il cittadino abbia la possibilità di aderire liberamente alle comunità locali, nazionali e sovranazionali, evitando che i vari livelli si elidano. E godendo appieno della ricchezza culturale e dei vantaggi materiali offerti da tanta varietà.
Una più efficace azione comune europea è dunque invocata come necessità ineludibile negli ambiti della politica e dell’economia che trascendono la sfera d’intervento degli Stati nazionali, chiamati a cedere il passo – e una rilevante quota di sovranità – alle istituzioni dell’Ue. Nel contempo, e nell’interesse stesso del processo di integrazione, è da considerarsi più che legittima la rivendicazione di autonomia dal basso nei campi in cui l’apporto sovranazionale non è indispensabile, o inutilmente lesivo dell’autodeterminazione di individui o gruppi sociali. Distinzione che – la si ricavi dal principio di sussidiarietà o dal motto dell’”unità nella diversità” – vale senz’altro per le competizioni sportive, dove il richiamo europeo potrà eventualmente aggiungersi, ma non sostituirsi al criterio della nazionalità, messo oggettivamente in discussione nell’era globale, ma ancora gravido di tradizioni e significati. Può essere allettante l’idea di un medagliere olimpico in cui la delegazione unitaria europea insidi il primato americano. Ma resti pure una suggestione. A ciascuno il suo.