La nostalgia del proporzionale
La vittoria del no al referendum del 4 dicembre sarebbe la premessa per lo smantellamento dellItalicum e ladozione di una nuova legge elettorale, molto simile a quella che regolò il funzionamento della prima Repubblica. Con largomento che solo la perfetta proporzionalità fra voti popolari e seggi parlamentari consentirebbe il pieno dispiegamento del principio democratico
La vittoria del no al referendum del 4 dicembre sarebbe la premessa per lo smantellamento dell?Italicum e l?adozione di una nuova legge elettorale, molto simile a quella che regolò il funzionamento della prima Repubblica. Con l?argomento che solo la perfetta proporzionalità fra voti popolari e seggi parlamentari consentirebbe il pieno dispiegamento del principio democratico
OPINIONI – Nello schieramento che si oppone alla riforma costituzionale per le più disparate ragioni – scongiurare una temuta svolta autoritaria, abbattere il governo Renzi, ribaltare i rapporti di forza interni al Pd, preservare la purezza della prosa costituzionale – fa sempre più spesso capolino la tentazione di ridisegnare il sistema politico italiano su basi proporzionali. La vittoria del no al referendum del 4 dicembre sarebbe la premessa per lo smantellamento dell’Italicum e l’adozione di una nuova legge elettorale, molto simile a quella che regolò il funzionamento della prima Repubblica. Con l’argomento che solo la perfetta proporzionalità fra voti popolari e seggi parlamentari consentirebbe il pieno dispiegamento del principio democratico.
Tale posizione ignora deliberatamente decenni di studi politologici tesi, da un lato, a dimostrare che le democrazie contemporanee hanno trovato diversi punti di equilibrio fra l’esigenza di rappresentare la pluralità di istanze provenienti dalla società e la necessità di assicurare l’efficienza della decisione politica. E, dall’altro, a evidenziare che anche la soluzione a sfondo proporzionale è suscettibile di produrre effetti perversi, quali la paralisi del processo deliberativo o l’attribuzione di un esorbitante potere di ricatto a forze largamente minoritarie.
Vale dunque la pena di ricordare ai neo-proporzionalisti che la democrazia maggioritaria gode del medesimo grado di legittimità di quella consensuale. Riconoscendo come quest’ultima si dimostri particolarmente appropriata in contesti critici, tra cui quello dell’Italia reduce dal ventennio fascista, dalla seconda guerra mondiale e dalle dilanianti fratture del 1943-45. Ma al contempo ribadendo che, in linea generale, la scelta fra i due modelli può essere compiuta senza preclusioni.
Ciò spiega perché nei primi anni Novanta, dopo aver soppesato per un cinquantennio pregi e difetti del proporzionalismo, i cittadini manifestarono un deciso orientamento verso la prospettiva della democrazia dell’alternanza, in nome della quale gli elettori – anziché affidarsi a negoziati ex post fra i partiti – fossero messi nelle condizioni di investire una forza politica del compito di governare, riservandosi di giudicarne l’operato alla consultazione successiva. Nell’ottica dei loro effettivi ispiratori, più che nei piani delle personalità e dei gruppi che vi si accostarono per motivi tattici o di opportunità, tanto l’Ulivo quanto il polo berlusconiano provarono a rispondere a quel sentimento diffuso.
Il disegno renziano, dunque, ara un terreno già dissodato, ma lo fa con attrezzi nuovi. Una revisione costituzionale, di cui anche la classe dirigente della seconda Repubblica avvertì il bisogno, scervellandosi a lungo – e probabilmente con un’inclinazione più presidenzialista di quella odierna – ma senza sortire risultati concreti. E, per ora, una legge elettorale tendenzialmente a due turni, il secondo dei quali consegna agli elettori rimasti orfani della lista di riferimento la facoltà di decidere quale minoranza, fra quelle sopravvissute perché più consistenti, trasformare in maggioranza.
La democrazia maggioritaria non possiede affatto i crismi della perfezione, ma è comunque un’opzione da tempo praticata nel mondo occidentale, circostanza che dovrebbe ragionevolmente depotenziare le iperboli e gli allarmismi con cui si cerca talvolta di denigrarla. Si tratta di stabilire se accettarne i criteri di fondo e di definire gli strumenti tecnici per tradurli coerentemente in pratica.
In caso contrario, ci si rifugi pure in un’impostazione capace di fotografare più fedelmente la distribuzione del consenso nella società. Ma sia chiaro che tale alternativa si regge unicamente sulla disponibilità degli attori politici a siglare compromessi, anche con gli interlocutori più sgraditi, pur di formare una coalizione di governo. E che in assenza di tale predisposizione – senza evocare il clamoroso caso spagnolo, è sufficiente tenere a mente l’autoreferenzialità e il settarismo di alcuni partiti italiani – la restaurazione proporzionale fallirebbe miseramente, svelando la strumentalità con cui è reclamata da buona parte dei suoi sostenitori.