Città del Bio, è guerra fra produttori e amministratori
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Irene Navaro - irene.navaro@alessandrianews.it  
19 Dicembre 2016
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Città del Bio, è guerra fra produttori e amministratori

È guerra tra i produttori delle Valli Borbera, Spinti, Curone, Gue e Ossona, gli amministratori pubblici e l’associazione “Città del Bio”. I primi sono pronti a intraprendere azioni legali di tutela dei marchi Montebore e Salame Nobile del Giarolo, contro “l’invasione” delle capre e dei maiali acquistati con i finanziamenti pubblici gestiti dall’associazione nazionale Città del Bio

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ECONOMIA – È guerra tra i produttori delle Valli Borbera, Spinti, Curone, Gue e Ossona, gli amministratori pubblici e l’associazione “Città del Bio”. I primi sono pronti a intraprendere azioni legali di tutela dei marchi Montebore e Salame Nobile del Giarolo, contro “l’invasione” delle capre e dei maiali acquistati con i finanziamenti pubblici gestiti dall’associazione nazionale Città del Bio.

I produttori di frutta di Volpedo, con i consorzi Albicocca di Volpedo, Ciliegia di Garbagna e Pesca di Volpedo, si sono già portati avanti, comunicando l’intenzione di “gestire direttamente la comunicazione relativa ai nostri prodotti”. Insomma, nelle valli del Giarolo si sta scatenando la battaglia attorno alla ipotetica creazione di un biodistretto da parte dell’associazione torinese, chiamata a gestire un tesoretto da 525 mila euro circa assegnati all’ex Comunità Montana, ora in liquidazione.

La scorsa settimana, nella sala consiliare del comune di Borghetto, si sono riuniti sindaci, amministratori e produttori locali. Forse per la prima volta, si sono trovati tutti d’accordo su un punto: vogliono vederci chiaro su come Città del Bio sta impegnando i fondi che originariamente erano destinati alla realizzazione di centraline idroelettriche (i fondi Fas, per lo sviluppo delle aree sottoutilizzate). Era stato il commissario liquidatore della Comunità Montana, Cesare Rossini, a chiedere alla Regione una variazione della destinazione d’uso di quei fondi e la Regione aveva dato il via libera.

L’associazione Città del Bio ha quindi effettuato studi di mercato per individuare alcuni ambiti su cui indirizzare i finanziamenti, puntando sul salame e sul formaggio come prodotti da potenziare. Effettivamente, anche a detta dei produttori, nonostante le potenzialità sono pochi gli allevatori di maiali e di latte.

Tra la fine del 2015 e i primi mesi del 2016 Città del Bio, associazione che dovrebbe mettere insieme Comuni e tessuto produttivo, ha tenuto un incontro, a Tortona, per presentare il progetto. Ora che le prime azioni sembrano concretizzarsi, produttori e amministratori chiedono di vederci chiaro. Città del Bio avrebbe intanto iniziato a portare avanti alcuni progetti: un allevamento di 400 maiali a Grondona, nella struttura della cooperativa La Tula, un mini distillatore a Costa Vescovado a disposizione dei viticoltori e produttori di frutta, la gestione dell’ex centro sperimentale dell’Università di Milano a Borgo Adorno, dove si allevavano capre.

Stefano Moro, allevatore e produttore del Salame Nobile del Piemonte, parla di “una avventura coloniale” in riferimento ai quattrocento maiali portati dalla Città del Bio a Grondona, destinati a diventare salami. “Non siamo contrari all’insediamento di altri produttori, sia chiaro – spiega Moro – purché siano rispettate le regole e il disciplinare del Consorzio”. Oltre che, naturalmente, le norme imposte sugli allevamenti suini che devono avere scarichi adeguati.

Lo stesso discorso, più o meno, lo fa anche Roberto Grattone, produttore di formaggio Montebore. “Io ci ho messo e continuerò a metterci la faccia sul mio lavoro. Ho intenzione di tutelare il nome del formaggio che produciamo”. Grattone ammette di essere stato contattato da Luigi Massa, ex parlamentare per la Margherita, ex City Manager di Napoli all’epoca della Jervolino, ora segretario generale di Città del Bio: “Come consorzio abbiamo fatto delle proposte, poi il silenzio. Ora veniamo a sapere che l’associazione rileverà il centro sperimentale caprino di Borgo Adorno. Benissimo, era una struttura abbandonata. Ma per farci cosa?”.

Così anche venti sindaci su trenta, dopo un anno e mezzo che la Regione ha dato il via libera al liquidatore della Comunità Montana Cesari Rossini a cambiare le destinazione d’uso dei fondi per le centraline, chiedono agli assessori Valmaggia e Ferrero (Montagna e Agricoltura) di “avere un ruolo attivo nell’individuazione delle diverse fasi dei progetti e nel controllo delle risorse finanziarie che dovranno essere totalmente impegnate sul territorio per lo sviluppo e la gestione delle risorse locali”.
Insomma, visto che si soldi pubblici si parla, i sindaci e i produttori avrebbero voluto essere coinvolti nelle scelte senza subirne “dall’alto” di chi il territorio lo ha conosciuto solo “attraverso studi e indagini di mercato”.

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