Tra Renzi e Giolitti
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Stefano Quirico - redazione@alessandrianews.it  
19 Dicembre 2016
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Tra Renzi e Giolitti

Hanno operato all’interno di un sistema politico iperframmentato. Ad accomunare giolittismo e renzismo, in secondo luogo, è la loro tensione riformatrice. Nella loro condotta si coglieva anche un realismo di fondo, che rifuggiva deliberatamente dalla dimensione ideologica e da qualsiasi vocazione pedagogica nei confronti dei cittadini

Hanno operato all?interno di un sistema politico iperframmentato. Ad accomunare giolittismo e renzismo, in secondo luogo, è la loro tensione riformatrice. Nella loro condotta si coglieva anche un realismo di fondo, che rifuggiva deliberatamente dalla dimensione ideologica e da qualsiasi vocazione pedagogica nei confronti dei cittadini

OPINIONI – La crisi di governo appena risolta con l’incarico a Paolo Gentiloni, indicato dal predecessore e sostenuto dalla medesima coalizione parlamentare, ha riportato alla mente una suggestione – quasi provocatoria – che ci stuzzica da qualche tempo, ancor prima che ne scrivesse Eugenio Scalfari su Repubblica del 3 aprile scorso. Si tratta dell’analogia fra Matteo Renzi e Giovanni Giolitti, lo statista che in più occasioni scelse di cedere temporaneamente la guida dell’esecutivo a un proprio fiduciario – Alessandro Fortis o Luigi Luzzatti – in attesa che maturassero le condizioni per ritornare al centro della scena con rinnovato slancio.

Non negheremo, ovviamente, la diversità di contesto fra le due vicende politiche, unita all’enorme distanza temporale e antropologica fra i protagonisti, riassumibile nella constatazione che Giolitti non frequentava Facebook e Twitter. Né trascureremo che, al terzo tentativo, l’esperimento di comandare a distanza i propri luogotenenti gli sfuggì di mano e culminò nella partecipazione italiana alla prima guerra mondiale, voluta dal governo Salandra a dispetto dell’orientamento prevalente nella maggioranza giolittiana.

I due casi presentano tuttavia tre ulteriori affinità, legate anche a caratteri culturali e strutturali che hanno attraversato in profondità e visibilmente influenzato la storia dell’Italia unita, tra cui il particolarismo, il clientelismo e la corruzione diffusa quali elementi costitutivi del telaio sociale su cui si innestavano le istituzioni monarchiche e poi repubblicane. Tanto Giolitti quanto Renzi, per cominciare, hanno operato all’interno di un sistema politico iperframmentato, l’uno muovendosi a proprio agio fra i notabili di età liberale e l’altro assistendo al tramonto della «Repubblica dei partiti» nata dopo il 1945. Che cosa rappresenta l’arcipelago formato dai gruppuscoli di deputati e senatori, che in questi anni sorgono come funghi in Parlamento e determinano la salvezza o la caduta dei governi, se non una riproposizione – in salsa postmoderna – della prassi politica più in voga tra Otto e Novecento?

Ad accomunare giolittismo e renzismo, in secondo luogo, è la loro tensione riformatrice. Al nome del miglior Giolitti si associarono direttamente o indirettamente numerosi progetti di riforma, dalla creazione della Banca d’Italia alla nazionalizzazione delle ferrovie e all’introduzione di nuovi strumenti previdenziali, che potevano fare affidamento su una tendenza espansiva dell’intervento statale in materia economico-sociale. E fu di matrice giolittiana la decisione di ampliare il suffragio, rendendolo pressoché universale per l’elettorato maschile. Analoga propensione si è riscontrata nell’azione di Renzi, per ora più limitata nel tempo e meno fortunata negli sviluppi, ma altrettanto convinta della necessità di accelerare la modernizzazione del paese.

Ma la corrispondenza più significativa sembra la terza, coincidente forse con l’unico tratto condiviso da due tipi umani per molti versi agli antipodi. Nella condotta giolittiana e renziana si coglieva un realismo di fondo, che rifuggiva deliberatamente dalla dimensione ideologica e, soprattutto, da qualsiasi vocazione pedagogica nei confronti dei cittadini. Non perché se ne ignorassero vizi e limiti, ma piuttosto perché la loro rimozione, se mai fosse stata possibile, esulava dai compiti dell’uomo politico disincantato, chiamato – anche a costo di concessioni e compromessi – a inseguire il consenso degli elettori esistenti e ad adottare i provvedimenti più ragionevoli. A comportarsi cioè, con le immortali parole di Giolitti, come il sarto pronto ad adeguarsi alle forme dei suoi clienti, e specialmente di quelli con la “gobba”.

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