Tra Renzi e Giolitti
Hanno operato allinterno di un sistema politico iperframmentato. Ad accomunare giolittismo e renzismo, in secondo luogo, è la loro tensione riformatrice. Nella loro condotta si coglieva anche un realismo di fondo, che rifuggiva deliberatamente dalla dimensione ideologica e da qualsiasi vocazione pedagogica nei confronti dei cittadini
Hanno operato all?interno di un sistema politico iperframmentato. Ad accomunare giolittismo e renzismo, in secondo luogo, è la loro tensione riformatrice. Nella loro condotta si coglieva anche un realismo di fondo, che rifuggiva deliberatamente dalla dimensione ideologica e da qualsiasi vocazione pedagogica nei confronti dei cittadini
OPINIONI – La crisi di governo appena risolta con l’incarico a Paolo Gentiloni, indicato dal predecessore e sostenuto dalla medesima coalizione parlamentare, ha riportato alla mente una suggestione – quasi provocatoria – che ci stuzzica da qualche tempo, ancor prima che ne scrivesse Eugenio Scalfari su Repubblica del 3 aprile scorso. Si tratta dell’analogia fra Matteo Renzi e Giovanni Giolitti, lo statista che in più occasioni scelse di cedere temporaneamente la guida dell’esecutivo a un proprio fiduciario – Alessandro Fortis o Luigi Luzzatti – in attesa che maturassero le condizioni per ritornare al centro della scena con rinnovato slancio.Non negheremo, ovviamente, la diversità di contesto fra le due vicende politiche, unita all’enorme distanza temporale e antropologica fra i protagonisti, riassumibile nella constatazione che Giolitti non frequentava Facebook e Twitter. Né trascureremo che, al terzo tentativo, l’esperimento di comandare a distanza i propri luogotenenti gli sfuggì di mano e culminò nella partecipazione italiana alla prima guerra mondiale, voluta dal governo Salandra a dispetto dell’orientamento prevalente nella maggioranza giolittiana.
I due casi presentano tuttavia tre ulteriori affinità, legate anche a caratteri culturali e strutturali che hanno attraversato in profondità e visibilmente influenzato la storia dell’Italia unita, tra cui il particolarismo, il clientelismo e la corruzione diffusa quali elementi costitutivi del telaio sociale su cui si innestavano le istituzioni monarchiche e poi repubblicane. Tanto Giolitti quanto Renzi, per cominciare, hanno operato all’interno di un sistema politico iperframmentato, l’uno muovendosi a proprio agio fra i notabili di età liberale e l’altro assistendo al tramonto della «Repubblica dei partiti» nata dopo il 1945. Che cosa rappresenta l’arcipelago formato dai gruppuscoli di deputati e senatori, che in questi anni sorgono come funghi in Parlamento e determinano la salvezza o la caduta dei governi, se non una riproposizione – in salsa postmoderna – della prassi politica più in voga tra Otto e Novecento?

Ma la corrispondenza più significativa sembra la terza, coincidente forse con l’unico tratto condiviso da due tipi umani per molti versi agli antipodi. Nella condotta giolittiana e renziana si coglieva un realismo di fondo, che rifuggiva deliberatamente dalla dimensione ideologica e, soprattutto, da qualsiasi vocazione pedagogica nei confronti dei cittadini. Non perché se ne ignorassero vizi e limiti, ma piuttosto perché la loro rimozione, se mai fosse stata possibile, esulava dai compiti dell’uomo politico disincantato, chiamato – anche a costo di concessioni e compromessi – a inseguire il consenso degli elettori esistenti e ad adottare i provvedimenti più ragionevoli. A comportarsi cioè, con le immortali parole di Giolitti, come il sarto pronto ad adeguarsi alle forme dei suoi clienti, e specialmente di quelli con la “gobba”.