Il connubio Grillo-Verhofstadt
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Stefano Quirico - redazione@alessandrianews.it  
19 Gennaio 2017
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Il connubio Grillo-Verhofstadt

Il patto faustiano si è fragorosamente schiantato a pochi metri dal traguardo. E non certo per volontà dei pentastellati, la cui base – interpellata sull’improvviso cambio di rotta – aveva largamente approvato l’orientamento dei capi e le ragioni schiettamente tattiche da essi addotte per giustificarlo

Il patto faustiano si è fragorosamente schiantato a pochi metri dal traguardo. E non certo per volontà dei pentastellati, la cui base ? interpellata sull?improvviso cambio di rotta ? aveva largamente approvato l?orientamento dei capi e le ragioni schiettamente tattiche da essi addotte per giustificarlo

OPINIONI – Non è raro, in politica, che la convergenza degli interessi sia sufficiente per costruire un asse fra forze sideralmente lontane. Evidentemente lo speravano anche Guy Verhofstadt, leader dell’Alleanza liberal-democratica europea (Alde), a caccia di voti nella corsa alla presidenza del Parlamento europeo, e il M5S, sedotto dalla prospettiva di aderire a un gruppo parlamentare più ricco e influente di quello fondato nel 2014 con l’Ukip di Farage. Ma il patto faustiano si è fragorosamente schiantato a pochi metri dal traguardo. E non certo per volontà dei pentastellati, la cui base – interpellata sull’improvviso cambio di rotta – aveva largamente approvato l’orientamento dei capi e le ragioni schiettamente tattiche da essi addotte per giustificarlo.

Non sappiamo quale sarebbe stato l’esito della consultazione on line se agli attivisti avessero letto integralmente la bozza di accordo fra Verhofstadt e il M5S, che sorvolava comprensibilmente su calcoli e opportunismi e si premurava di individuare alcuni punti di azione comune. Immaginiamo che il grillino medio avrebbe apprezzato il richiamo alla “trasparenza”, pregustando “il coinvolgimento diretto dei cittadini nei processi democratici» e crogiolandosi davanti alla promessa di rafforzare «l’influenza dei cittadini sulle decisioni che li riguardano, anche attraverso lo sviluppo di meccanismi di democrazia diretta”.

Ma come avrebbe reagito, il cittadino sovrano, scoprendo che questa volta i suoi “portavoce” non si erano prodigati a scoperchiare e confidargli odiosi intrallazzi degli avversari politici, e avevano anzi imbastito avventurosi compromessi programmatici con l’élite di Bruxelles? Il documento era infatti imbevuto delle idee di Verhofstadt, probabilmente il più federalista fra i principali inquilini delle istituzioni europee, e anche per questo incline a considerare l’Unione europea una «comunità di valori», più che un luogo di trame massoniche. E notoriamente persuaso, come confermato dall’accordo, che la sacrosanta denuncia delle magagne dell’euro non debba preludere alla sua abolizione – con o senza il ventilato referendum grillino – ma alla creazione di una nuova governance in grado di superare le contraddizioni politico-istituzionali su cui si sta da tempo avvitando l’unione monetaria.

Alla luce dei contenuti dell’intesa, il cui punto di equilibrio era decisamente più vicino alle istanze dei liberal-democratici che a quelle dei pentastellati, sembra innaturale che essa sia stata disconosciuta dai primi e avallata dai secondi. Ma questo epilogo deludente e paradossale – almeno quanto il connubio stesso: se c’è una corrente estranea al grillismo, è proprio il liberalismo democratico – racconta nel modo più lampante la difficoltà del M5S nel tessere alleanze con le forze politiche tradizionali (da cui la necessità di ricucire, con molte scuse, il rapporto con l’Ukip). E semina nuovi dubbi sull’ipotesi che, dopo anni di sdegnato autoisolamento, i suoi esponenti possano realmente rivestire un ruolo costruttivo nel sistema politico italiano ed europeo.

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