Ilie Piacentini: “I miei viaggi americani”
Da San Francisco agli stati centrali su rotte poco battute dal turismo classico i cinque tour alla scoperta di un Paese meno conosciuto con un altro filo conduttore: la pallacanestro dei fenomeni
Da San Francisco agli stati centrali su rotte poco battute dal turismo classico i cinque tour alla scoperta di un Paese meno conosciuto con un altro filo conduttore: la pallacanestro dei fenomeni
GAVI – Scoprire gli Stati Uniti, lontano dalle rotte più comuni per i turisti. Guidare per chilometri e finire in quei paesi da telefilm dove tutto ruota attorno a una pompa di benzina e una drogheria. Ma anche conoscere il passato della nazione per comprendere lo spirito di chi la abita. E’ tornato da poco dal suo sesto viaggio americano Ilie Piacentini. E’ partito da Gavi nel 2012 e ogni anno torna nel paese dello zio Sam per visitarne una parte nuova. “La curiosità – racconta – è nata da cinema, musica e letteratura che attraversano l’oceano. Il primo viaggio è iniziato a San Francisco, è proseguito fino a Las Vegas per poi tornare a Los Angeles e da dove ero partito. Guidare mi è sempre piaciuto. Vado da solo, sono più libero negli spostamenti e mi immergo completamente nelle realtà che incontro”. Proprio a San Francisco la seconda scintilla che scocca per la pallacanestro, la NBA e i fenomeni del campionato più famoso del mondo. “Vidi – prosegue – Golden State (la squadra della città ndr) contro i Los Angeles Lakers. C’era Kobe Bryant che emanava un magnetismo e un carisma incredibili. Fu una folgorazione”. Da quella volta le arene dell’NBA sono tappa fissa. “I più forti, da Lebron James a Steph Curry, sono uno spettacolo straordinario; diversi in un mondo di super uomini. Proverò a vedere almeno una partita in ogni arena”. Quest’anno, in Florida, tappa a Miami e a Charlotte nel North Carolina. Biglietti acquistati su internet da chi li vende perché non può andare alla partita.La natura può essere abbacinante. Le città offrono uno spaccato di una vita lontana dai nostri canoni e dall’immagine fornita dall’informazione. “Detroit e Cleveland sono molto brutte. La prima, quando ci sono stato, mostrava i segni pesanti della crisi: alla periferia decine di industrie chiuse. Mi colpì un fast food nel quale il cibo veniva servito dietro vetri blindati. E la polizia in tenuta antisommossa”. A Oklahoma una ferita profonda del paese, dopo l’attentato del 1995. “In quei momenti gli americani hanno una capacità di fare quadrato ed essere una cosa sola che noi non abbiamo”. E poi i paesini dell’interno. “Le distanze sono poco comprensibili per i nostri canoni. Quindi una persona nuova è vista con diffidenza. Ma c’è anche grande disponibilità”. Nel 2013 la costa est, salendo verso il nord. Tappa obbligata Gettisburgh teatro di una delle battaglie decisive della guerra di secessione, l’evento principale nella storia del paese. E poi New York, la più iconica. “Mi son preso una settimana, ci vuole tutta”.
Ovviamente tappa al Madison Square Garden che tifosi dei Knicks, squadra della città in perenne rifondazione, chiamano “l’arena più famosa del mondo”. Cosa manca? La zona del midwest con Phoenix, Denver che fa tanto Beat Generation e Seattle, estremo nord ovest sotto il Canada. Sembra strano per chi in questi anni si è “sparato” più di 20 mila chilometri di strade.