Dalla piemontese Laica agli indiani Chandaria: ecco chi vuole Pernigotti
Dalla Laica di Arona al fondo della famiglia indiana Chandaria: sono 13 le manifestazioni di interesse arrivate, di cui 5 ritenute serie. Ma i turchi non vogliono vendere il marchio. E Di Maio annuncia la "terza" Legge Pernigotti
Dalla Laica di Arona al fondo della famiglia indiana Chandaria: sono 13 le manifestazioni di interesse arrivate, di cui 5 ritenute serie. Ma i turchi non vogliono vendere il marchio. E Di Maio annuncia la "terza" Legge Pernigotti
ROMA – È della piemontese Laica la proposta più concreta per la reindustrializzazione dello stabilimento Pernigotti di Novi Ligure. L’azienda di Arona, che già sta lavorando come contoterzista per il marchio dolciario novese, ha presentato ieri al tavolo del ministero del Lavoro una offerta per l’acquisizione dei rami cioccolato e torrone, con un piano industriale che guarda al triennio 2020-2022.
Gli imprenditori interessati alla Pernigotti – fanno sapere dal ministero con una nota ufficiale – sono tredici, «in fase avanzata di valutazione e provenienti da soggetti italiani, elemento sul quale si è registrata una favorevole attenzione generale». Cinque tra le manifestazioni di interesse sono ritenute molto serie, tra cui quella di Laica appunto.
Tra le proposte arrivate all’advisor Sernet, anche quella del fondo indiano che fin dall’inizio aveva dichiarato l’intenzione di rilevare la produzione e il marchio: si tratta del fondo della famiglia Chandaria. Il fondo ha sede a Ginevra e partecipazioni in 1.200 aziende nel mondo. Il problema è che i turchi della Toksoz non intendono cedere il marchio Pernigotti. Circola anche il nome della Spes di Torino, una cooperativa sociale attiva nella produzione e commercializzazione del cioccolato.
Altro problema è rappresentato dal fatto che l’azienda ha dato mandato a un altro advisor (la Vitale e associati) per la vendita separata del comparto dei semilavorati per gelateria e pasticceria, la vera cassaforte della Pernigotti. A breve dovrebbe essere comunicato il nome del possibile acquirente, che potrà decidere se continuare a produrre a Novi o trasferire l’attività altrove. Alla base della decisione di vendere, ha fatto sapere l’azienda, c’è la necessità di fare cassa.
Nello stabilimento di viale Rimembranza intanto sono al lavoro una trentina di persone tra impiegati e operai per la produzione di cremini, che dovrebbe proseguire fino al 14 aprile. Novantadue le persone finite in cassa integrazione, senza contare gli interinali.
